monarchia
Affermazioni come queste [1] di un ministro della Repubblica mi fanno pensare di vivere davvero in una monarchia. Non nel senso che ci governa un re, bensì nel senso veneto.
записки на манжетах ±ö± pensieri, parole, opere, omissioni discontinue
Affermazioni come queste [1] di un ministro della Repubblica mi fanno pensare di vivere davvero in una monarchia. Non nel senso che ci governa un re, bensì nel senso veneto.
Tremonti alla Berghem Fest: “La legge per la sicurezza sul lavoro è un lusso che non ci possiamo permettere”. [1]
Signor ministro, immagino che a lei sia stata risparmiata l’esperienza della morte o della sfiorata morte di un collega, altrimenti avrebbe dato a parole del genere un peso tale da non riuscire a dirle.
Forse la forma della legge è pesante e farraginosa, tende a produrre molta carta inutile e a dilatare i tempi degli interventi concreti di prevenzione – cambiatela, accidenti, siete o non siete al governo? – ma la sostanza della legge è intoccabile. In Cile un rifugio d’emergenza [2] sta facendo la differenza tra una strage e una speranza. Un lusso, davvero.
Diamo per scontati gli insegnamenti di italiano e inglese (o un’altra lingua europea).
Se può essere speso denaro pubblico per insegnare un’altra lingua, pensate che per degli scolari di oggi possa essere più utile imparare il cinese o il lodigiano? [1]
Quello che molti non riescono a capire è che una lingua muore quando muore il mondo che quella lingua descriveva e raccontava. Il dialetto nelle scuole è nostalgico accanimento terapeutico, se non mera e semplice speculazione politica e ideologica. Perché non esiste quasi mai una forma di dialetto condivisa e standardizzata e perché al dialetto mancano parole e concetti nati dopo di lui – a meno di non avere una qualche autorità linguistica che li crei (per questo “computer” in francese è ordinateur e in islandese è tölva – “la profetessa dei numeri” [2]).
Il dialetto te lo insegna la nonna, con le filastrocche, i proverbi e i rimproveri. E va benissimo così.
La scuola deve prepararti al mondo, e il mondo non finisce a venti chilometri da casa.
Non è che l’attualità politica nazionale non mi interessi, è che non voglio aggiungere l’ennesimo e superfluo sassolino di rassegnazione alla valanga già esistente.
E sul fronte economia, per me la ripresa sarà reale solo quando ricomincerò a fare il chimico. Tutto il resto i xe bàe.
Avrei avuto anch’io titolo per sfilare a Bergamo ieri, ma mi piace pensare che il mio servizio militare sia finito quando mi sono congedato, e quindi mi son tenuto ben distante dalla città.
Visto l’abbondante numero di bandiere nazionali esposte per le vie, con parenti e amici ci si è chiesti più volte quale possa essere la reazione di quella forza politica locale che ha fatto dell’insofferenza al tricolore una cifra stilistica della propria politica; non credo che ce ne sarà una, penso che molte delle persone ieri in piazza non vedano alcuna contraddizione (forse perché davvero non c’è) tra lo sfilare o l’applaudire quel corteo e poi votare Lega. Non foss’altro che per loro un corteo di ex alpini è una delle poche cose ancora non “contaminate” da quei malefici e onnipresenti finocchi e stranieri.
Di certo, la Lega finora non ha trovato un simbolo alternativo al tricolore altrettanto valido e potente nel creare empatia.
La supposta bandiera nazionale padana [1] consiste di un logo isolato, circoscritto all’esterno da uno spesso cerchio-barriera, irrigidito da una precisa simmetria, ben centrato in gelido e vuoto bianco.
Ma ce lo vedete un numero dell’equivalente padano delle “frecce tricolori” basato su quella bandiera? Otto aerei che tracciano scie bianche mentre il nono centrale lascia scoregge verdi a forma di fiore a intervalli regolari?
I tricolori nazionali dei paesi europei sono più versatili e riescono ad essere declinati in numerose forme. E ancora migliore è la coloratissima bandiera sudafricana [2]: una spessa verga verde scuro che spacca le bande della vecchia bandiera razzista.
Sappiamo bene che ogni bandiera serve a poco altro che a nascondere una fregatura. Ma c’è modo e modo di proporla.
“…una situazione, diciamo così, ex ante.” [1]
L’immagine [2], rilasciata con licenza CC-BY-NC-ND 2.0, è di Mal.Smith, che ringrazio.
Aggiornamento: qui un’altra, migliore, esegesi del concetto.
Vi arrogate il diritto di decidere quale sessualità è contro natura e quale non lo è.
Senza nemmeno porvi il dubbio di quanto sia naturale il vostro rinunciarvi (a parole). [1]
Viene da chiedersi chi siano davvero i malati.
Se non fosse tragico, riuscirebbe persino ad essere buffo.
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