buoni propositi (già in vacca)
Prima che arrivassero le feste e queste troppo brevi ferie ripassavo mentalmente un elenco di cose da fare in casa per ridare un minimo di decenza alla “tana dell’orso”.
Temo resterà un mero esercizio del pensiero.
записки на манжетах ±ö± pensieri, parole, opere, omissioni discontinue
futili ragioni per convivere
Prima che arrivassero le feste e queste troppo brevi ferie ripassavo mentalmente un elenco di cose da fare in casa per ridare un minimo di decenza alla “tana dell’orso”.
Temo resterà un mero esercizio del pensiero.
“It is a very popular idea around my office for people to be showering with a friend.”
Durante l’estate (australe) del 2002, nel mezzo di una siccità da record, i cittadini dello stato di Victoria furono invitati dalle loro autorità locali a risparmiare l’acqua. Tra i suggerimenti, anche quello di fare la doccia insieme ad un amico o ad un’amica [1].
Il consiglio in sé è buono, ma rappresenta un effettivo risparmio d’acqua se i due stanno sotto la doccia per un tempo inferiore alla somma del tempo che impiegherebbero separatamente.
Ma metti il caso che tra i due scatti un’estemporanea scintilla più o meno prevedibile di passione amorosa: ecco che il tempo della doccia s’allunga di brutto – e magari diventa pure necessario insaponarsi e sciacquarsi una seconda volta, dopo – vanificando l’impegno profuso nel voler risparmiare l’acqua.
Invitare i cittadini a condividere la doccia con un estraneo o un’estranea non sembra essere un’alternativa praticabile.
Resta solo il consiglio di fare una doccia fredda insieme ad un amico o ad un’amica.
E venne il giorno in cui la caldaia si stancò di prendere “una botta o due nel punto giusto dello chassis data con la giusta energia” [1].
Molto perfidamente, la caldaia non ha smesso di funzionare tout court, anzi, in apparenza sembra andare tutto bene; i falsi contatti non si verificano più e non è quindi più necessario dare le suddette botte allo chassis per farla ripartire.
Ma l’acqua che scende gagliarda dai rubinetti di bagno e cucina e – soprattutto – dalla doccia assume una temperatura che può essere regolata, a piacere, tra il “freddo-e-basta” e il “tiepido-quasi-freddo-appena-sopportabile”.
Devo dire che il “tiepido-quasi-freddo-appena-sopportabile” è la temperatura ideale per una doccia.
A patto che fuori sia un torrido e afoso pomeriggio padano di luglio o agosto.
A dicembre l’effetto è un po’ meno gradevole (eufemismo).
Stasera, dopo aver verificato che non si tratta di un calo di efficienza dovuto ad incrostrazioni di calcare, il giovin-tecnico-delle-caldaie ha diagnosticato il guasto e sostituito la malefica scheda.
“Verrà riparata o ricondizionata?”
“No, non ne vale la pena, un pezzo nuovo costa meno delle ore che un tecnico specializzato deve buttarci dentro per cercare il guasto e ripararlo, anche se probabilmente s’è guastato un componente del valore di pochi centesimi.”
Come quasi sempre avviene, si fa prima a buttare.
Finalmente in questa casa tornerà la pigra mollezza delle interminabili docce calde, dopo questa forzata parentesi salutista di stampo prussiano. Ancora un po’ e avrei finito col programmare le Valchirie di Wagner sulla radiosveglia…
La prima senza sensazione è appena percettibile, ma ormai ho imparato a riconoscerla come sintomo inequivocabile di ciò che sta per accadere. E non mi piace.
L’acqua si fa via via più tiepida. Da dentro il box doccia tendo l’orecchio per sentire se il bruciatore ricomincerà a funzionare con un il suo tipico botto soffocato, ma niente.
Impreco in maniera più o meno accesa. È successo di nuovo.
L’acqua ora è appena appena tiepida e qui si aprono due strade, proporzionali alla quantità di schiuma che ancora ho addosso: se è poca opto per il coraggio e finisco di sciacquarmi con l’acqua fredda gelata. È indubbiamente un qualcosa che mi sveglia, ma non giova all’umore con cui generalmente affronto la mattina.
Se invece la schiuma è ancora abbondantemente presente, soprattutto in testa, allora subentra la rassegnazione. Chiudo l’acqua, ricaccio le imprecazioni nel pensiero subcosciente, mi lascio sgocciolare un momento e m’avvio in cucina, dove c’è la malefica caldaia traditrice, lasciando impronte e gocce d’acqua lungo il percorso.
Un led rosso mi annuncia il problema di temperatura dei fumi o pressione dell’acqua, ma è solo un problema apparente – così mi disse il tecnico in occasione dell’ultimo controllo. “Si tratta di un falso contatto della scheda” che procura un finto segnale d’allarme e blocca tutto, fuorché lo scorrere dell’acqua.
La terapia è molto semplice e antica: una botta o due nel punto giusto dello chassis data con la giusta energia interrompe il falso contatto, fa ridiventare verde il led e riaccendere immediatamente il bruciatore.
”Ora non l’ho con me, ma se dovesse capitare troppo spesso, la sostituiamo”. Queste parole del tecnico deve averle sentite anche la scheda. Infatti questo scherzo non me lo fa spesso. Solo quando mi dimentico di lei.
Ho in casa alcuni oggetti provenienti dall’ik*ea: una poltrona, una lampada a stelo, una sveglia, una coperta, quattro cuscini, uno scolapasta.
Solo coperta, cuscini e scolapasta sono ancora integri e funzionanti.
Ore 13: saluti, baci, abbracci, arrivederci, salgo in auto per tornare a casa. Giro la chiave e l’auto non parte. In cinque anni mai un problema. Oggi, che sono a centinaia di chilometri da casa, non parte.
Batteria scarica? Eppure il motorino d’avviamento gira come al solito… Facciamo un tentativo con un avviatore (con due “v” – un accumulatore portatile con i morsetti per collegarlo alla batteria) ma l’auto continua a non partire.
Ora sto aspettando che il meccanico dell’officina autorizzata se la porti in officina. “Certo, se servono pezzi di ricambio che non ho in casa occorrerà aspettare lunedì”. Ah. “Io lunedì dovrei essere al lavoro…”.
Nel frattempo farò di necessità virtù in spiaggia. Che altro posso fare per ingannare l’attesa?
Aggiornamento – venerdì 22, ore 18
Dopo un giorno e mezzo, l’auto è finalmente arrivata in officina. Oggi l’ho vista aperta e smontata. Purtroppo l’officina non ha il pezzo di ricambio in casa e il ricambista è chiuso per ferie fino a lunedì 25. Forse martedì 26 ce la fa a rimettermi in condizione di viaggiare. Speriamo…
Premessa: in ossequio alla legge di Murphy, un weekend di tre giorni come questo non poteva non accompagnarsi ad un bel combinato di sintomi influenzali con qualche linea di febbre. Niente di particolarmente grave, passerà tranquillamente entro domattina senza -ahimé- impattare sulla mia produttività lavorativa.
Domenica i miei familiari, informati del fatto che non me la sento di guidare e di raggiungerli a pranzo, decidono di venire da me col pranzo. C’è anche mia nipote, che non ha ancora tre anni, e che dopo pranzo mi chiede di poter salire di sopra per guardare il resto della casa.
Giunta di sopra, mi chiama e mi chiede di darle “uno staccio per la pòvee” (= uno straccio per la polvere). Scoppio a ridere e mi viene da pensare
- che casa mia deve essere piuttosto impolverata, dato che anche la piccola se n’è accorta
- a meno di tre anni è già attenta a queste cose? E poi sono gli zii quelli che rovinano i nipoti…
“Lo straccio te lo do dopo. Prima guardiamo i cartoni animati di Paperino?”
“Sì”
Ok. Paperino batte Mastro Lindo 1-0. C’è ancora speranza.
Una passata generale di aspirapolvere comunque stamattina l’ho data… non sono così insensibile alla vergogna.
Nella seduta di ieri sera, il comune di Bergamo boccia con 23 voti contrari e 18 favorevoli l’istituzione di un registro delle unioni civili.
Determinante il voto contrario dei consiglieri eletti nelle liste della “margherita” (oggi confluita nel “partito democratico”), nonostante sia parte della maggioranza di centro-sinistra che amministra il comune.
Ammettiamolo, questa è una non-notizia. Forse fa già notizia il fatto che si sia arrivati a votare un provvedimento del genere.
Un mio personale grazie ai difensori della morale cattolica benpensante. Se dio c’è ed è come me l’hanno raccontato, saprà valutare meglio di me se premiarvi o no per questi gesti di intolleranza.
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