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la teoria del periodo-finestra

30 luglio 2010 (22:16) | dischi, varie ed eventuali | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Sono abbastanza convinto che nella vita di ognuno di noi ci sia un periodo-finestra per la musica leggera che va grossomodo dall’età di 15 anni all’età di 30 anni.

Tutta la musica leggera con cui entriamo in contatto nel periodo-finestra è “fondamentale”, “fantastica”, “mitica”, “geniale”, “eccelsa”, “inarrivabile”. Ogni generazione crede la musica del proprio periodo-finestra sia stata l’ultima fatta con passione e arte, prima di cedere al (orrore!) “commerciale”. E a cicli di vent’anni viene rivalutata, perché ora che sei sull’abbondante quarantina ed hai un potere d’acquisto un poco più solido, è cosa buona e giusta far leva sulla memoria per venderti versioni rimasterizzate, ristampe, rarities e cofanetti che a vent’anni erano fuori dalla portata del tuo budget.

Tutta la musica che è precedente al periodo-finestra è “vecchia”, “ingenua”, “seminale-ma-non-ancora-azzeccata”, “una barba”, “infantile”. Anch’essa viene rivalutata a cicli di vent’anni, e ogni volta che passa per radio pensi che ti fa sempre due marroni così oggi come allora e non ti darà scampo finché vivi.

Tutta la musica successiva al periodo-finestra è “una-patetica-imitazione”, “incomprensibile”, “senz’anima”, “poco originale”, “venduta”, “artificiale”. E ovviamente non sfugge al ciclo ventennale di celebrazioni più o meno postume, portate avanti a colpi di boy-band imbolsite e spice girls imborghesite.

celocelomancacelomanca

7 luglio 2010 (22:49) | dischi, tecnologie | :: G. :: | 3 commenti

Se pensate che ci vorrebbe un Anobii anche per i dischi, questo sito potrebbe interessarvi. L’interfaccia è ancora un po’ grezza, ma chissà che non migliori.

Se pensate che l’ho scoperto tardi, avete ragione.

due contemporaneamente

20 aprile 2009 (20:22) | dischi | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Drastic Measures - Michael Manring (it:wp)

È la sera di un 21 giugno dei primi anni ’90. In piena era new age, molti musicisti appartenenti a quel filone si esibiscono in concerti la sera del solstizio d’estate, spesso in location inconsuete.
Una di queste è il palco del cinema-oratorio di un paesino della bergamasca, normalmente escluso dal transito di artisti di cartellone, men che meno stranieri. Ma quella sera, non so bene grazie a quale alchimia contrattuale, sul palco, con strisconi e cartelli disegnati dai ragazzini dell’oratorio sullo sfondo, ci sono tre artisti della casa discografica Windham Hill, che all’epoca pubblicava artisti i cui lavori andavano dalla new age esoterica al virtuosismo chitarristico, passando per la voce di Patti Cathcart.
Non sono artisti da classifica, ma la sala è gremita dai fans del genere, arrivati da mezza Lombardia, a giudicare dalle targhe delle auto che ingolfano le strade del paesino.

Uno dei tre artisti sul palco è Michael Manring, che a metà del suo repertorio si mette a verificare l’accordatura della chitarra che sta suonando e intanto racconta (in inglese, pregando il pubblico di tradurre) del suo quindicesimo compleanno:

“Cosa vorresti per il tuo compleanno?” – gli chiede il padre
“Una chitarra”
“Hai già una chitarra, perché mai ne vuoi un’altra? Non potrai mai suonarne due contemporaneamente.” 

ed ecco che si mette al collo una seconda chitarra e annuncia il titolo del brano successivo aggiungendo “questo è dedicato a mio padre.”

lista della spesa

5 marzo 2009 (23:57) | dischi | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Everything but the Girl – Eden

Una voce da “lista della spesa” è la voce di qualcuno che – alle mie orecchie – riuscirebbe a rendere incantevole anche la lista della spesa al supermercato, semplicemente cantandola.

Tracey Thorn è una voce del genere e il disco d’esordio degli Everything but the Girl nella mia personale classifica sgomita con “Café Bleu” degli Style Council (dove peraltro Tracey e Ben fanno una comparsata nella languidissima “The Paris Match”) come miglior disco degli anni ’80.

Non c’è un ricordo particolare legato a questo disco, solo i colori di una stagione.

Il primo brano è tratto da “Eden”, il secondo – “Rollercoaster” – è più recente, qui rifatto in versione acustica.

…and your kind of love’s the kind
that soon disappears… 

one cool million for one cool caress

22 gennaio 2009 (23:20) | dischi, playlist | :: G. :: | Lascia un tuo commento

ABC – Beauty Stab

Eravamo più o meno a metà degli anni ’80. Si vendevano tonnellate di gel per capello “effetto bagnato”, la musica pop era esclusivamente british, il linguaggio (mistificato ad arte) del corpo si prendeva una schiacciante e duratura rivincita su tutte le parole spese nel decennio precedente, non era vietato trasmettere in tv pornografia in chiaro – anche perché i decoder digitali erano ancora di là da venire.

Non essendo comunque sbandierata sulle guide tv, la suddetta pornografia era fruibile a costo di un estenuante (per l’occhio e per la mano – quella del telecomando) zapping sui numeri più alti del tastierino dei canali, quelli assegnati alle emittenti più locali e ruspanti.
Mica come i ragazzini di adesso, che con internet hanno un supermarket di carne virtuale a disposizione 24 ore su 24 senza fatica e senza sbattimento.

C’erano anche leggende metropolitane che facevano da guida nella giungla dell’etere, più o meno come

«Aspetta la fine delle trasmissioni, quando scorre il rullo dei programmi del giorno dopo. Se al termine del rullo compare la scritta “*** vi augura la buona notte” allora niente. Se invece compare solo “***” allora devi solo avere pazienza, vuol dire che lo fanno».

Certo poteva capitare che la fruizione del film fosse bruscamente interrotta dai passi di un genitore assonnato (“che ci fai ancora sveglio a quest’ora?”), o dal rientro dei genitori da una serata fuori casa.
Per fortuna in quei casi c’era Deejay Television, su cui ci si sintonizzava di corsa al primo rumore sospetto.

Ed eccolo lì, il brit-pop in tutto il suo pompato splendore di look androgini e sassofoni ruffiani. E in mezzo a tanta paccottiglia musicale, ogni tanto, qualche perla come “S.O.S.” degli ABC . Del video(*) [1] si può anche fare a meno, ma la canzone resta una di quelle più azzeccate da Fry e soci.

(*) Avvertenza per chi cliccasse sul link al video: YouTube ha recentemente deciso di togliere l’audio a tutti i video coperti da copyright e caricati senza autorizzazione sul suo sito. Ciò significa che del videoclip degli ABC potrebbero essere rimaste solo le immagini.

un biglietto per tre

15 dicembre 2008 (19:02) | dischi, playlist | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Ryuichi Sakamoto – BTTB

BTTB, ovvero “back to the basics”. Un ritorno al solo pianoforte, dopo l’incursione nel world-pop (da “Beauty” a “Smoochy”) degli anni precedenti, condotta con la consueta maestrìa. Un album spogliato di ogni orpello, malinconico e intimista, che evoca immagini di una Parigi autunnale (a me, che finora a Parigi ci sono stato giusto per qualche ora e non d’autunno).

Il ricordo legato a questo disco fu la data milanese del concerto in cui venne presentato. Vinsi due biglietti “aggratis” rispondendo ad un quiz estemporaneo, Snowdog si comprò un altro biglietto di cui dividemmo in tre la cifra e ci andammo io, lui e R.

Era la sera di un giorno feriale, il concerto si tenne all’Alcatraz di Milano, i cui arredi interni neri e cromati vennero per l’occasione illuminati solo con luci bianche. Sulla pedana il maestro con due pianoforti – di cui uno suonato in maniera poco ortodossa, facendovi a volte persino cadere piccoli oggetti sulle corde – e dietro di lui la proiezione di parole e frasi su uno schermo.

Trovai molto suggestiva l’idea di un concerto per solo pianoforte dentro una discoteca “spenta” e zittita di tutto il suo consueto rutilare di luci, “fumi e raggi laser” (cit).
Una musica assolutamente contrastante con l’ambiente in cui venne eseguita.

“Le discoteche sono come le chiese:
preti e dj si dannano l’anima per convincerci
che tutto va bene, tutto è bellissimo.”
- da “Tutti giù per terra”[1]

sotto mentite spoglie

4 dicembre 2008 (10:12) | dischi, luoghi, playlist | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Arsenal – Arsenal 5 / Arsenal 6
[ru:wp]

Negli scaffali del negozio di dischi di stato “Melodija“, gli album degli Arsenal erano classificati sotto l’etichetta “jazz”, ma nei loro solchi gli stilemi del rock sono tutt’altro che infrequenti. Al sassofono non di rado subentra una chitarra elettrica distorta strascicata per minuti interi.
Probabilmente Kolzov e compagni usarono l’etichetta “jazz” per far entrare sotto mentite spoglie nelle orecchie dei cittadini sovietici un po’ di suoni tipici dell’altrimenti impresentabile rock capitalista.

vatanSotto mentite spoglie mi ritrovai a passare una notte di capodanno come cameriere in un improvvisato ristorante posto in una traversa della via Tverskaja (forse allora ancora via Gor’kij). I miei amici erano di turno quella sera; dopo essermi fatto il viaggio a Mosca per stare in loro compagnia, potevo abbandonarli la notte di capodanno? Ecco quindi che con un adatto grembiule e senza alcuna specifica esperienza divenni uno dei camerieri della sala (“è uno studente straniero, ha bisogno di lavorare”), con tanto di mancia (diecimila nuovi rubli dell’epoca) a fine serata.

Con molta democrazia fummo anche coinvolti nelle danze e nei brindisi di mezzanotte. Il lavoro vero cominciò quando la compagnia festeggiante tolse le tende e cominciammo a rassettare e pulire.

Uscimmo dal ristorante alle prime luci dell’alba e il metrò ci riportò a casa, dove dormii fino a sera.

quel disco te l’ho pagato tre volte

28 novembre 2008 (19:16) | dischi | :: G. :: | 5 commenti

Peter Gabriel – So

Comprare le musicassette originali era poco meno che una truffa: dopo una dozzina di ascolti il nastro “grippava” e veniva irrimediabilmente attorcigliato attorno a qualche pernetto del mangianastri (“mangia” nastri, appunto).
Ma quell’estate ero fuori casa – stavo facendo il servizio militare – e una cassetta aveva due indubbi vantaggi su un long-playing: l’ingombro ridotto e la possibilità di ascolto immediato, dato che avevo con me un walkman. La prima volta che “Red Rain” mi entrò nelle orecchie ero seduto ai bordi del piazzale di una caserma nella luce calante di un tramonto estivo.

Finita poi sullo scaffaletto di casa, la cassetta grippò come previsto. Tentai un trapianto del nastro dentro lo chassis di una cassetta vergine (che a differenza di quella originale era chiusa con delle viti e poteva essere aperta in maniera reversibile) ma dovetti amputare un pezzo di nastro e perdere qualche secondo di “Mercy Street”.

Mi decisi quindi a compare il disco, ma nella versione su vinile c’era un brano in meno  (all’epoca era un modo per incentivare la vendita del cd): “This Is The Picture”, un duetto con Laurie Anderson. A caccia del duetto perduto, quando in un negozio di dischi mi imbattei in due album della Anderson non ci pensai due volte e li comprai entrambi.
Sull’album della Anderson “Mister Heartbreak” è incluso quel duetto con Peter Gabriel, ma il titolo è diverso (“Excellent Birds”) e lo è anche l’arrangiamento, meno “asciutto” e più in linea con il resto dell’album.

Poco tempo dopo comprai un lettore di cd e ricomprai questo disco in versione cd. Con il duetto che c’era anche sulla cassetta, finalmente.

Insomma, Peter, quel disco te l’ho pagato tre volte. Però mi hai fatto scoprire Laurie Anderson. Direi che con un paio di dischi masterizzati a scrocco siamo pari.

don’t leave me this way

25 novembre 2008 (12:59) | dischi, playlist | :: G. :: | Un commento

Sarah Jane Morris – August

Una raccolta di cover reinterpretate con arrangiamenti minimi, dove risalta solo la “bella e dannata” voce della Morris. Persino “Don’t Leave Me This Way“, spogliata di tutte le paillettes, riesce incredibilmente a diventare una ballata struggente.

Qui il ricordo è piuttosto personale.
Questo disco mi ha carezzato le orecchie mentre uscivo da qualcosa che credevo potesse essere l’inizio di una relazione. In realtà sbagliavo, sovraccaricando di aspettative quella che altro non era che una semplice conoscenza, forse un poco più “intima” del solito.

Avevo perso il senso della misura, come attenutante invoco il fatto che stavo imparando ad usare un metro nuovo di zecca.

Tra le cover, anche “Piece Of My Heart” della Joplin. Dannazione inclusa.

…have another little piece of my heart now, baby,
you know you got it, if it makes you feel good

do you speak english, then?

20 novembre 2008 (21:50) | dischi | :: G. :: | Lascia un tuo commento

O.N.A. – Modlishka
[pl:wp]

Ogni volta che vado in un altro paese cerco di procurarmi qualche esempio di musica del posto. Nell’estate del 1996 ero di transito all’aeroporto di Varsavia, di ritorno dalla Bielorussia. Eravamo andati Brest’ a trovare la scolaresca di cui all’epoca faceva parte anche Ljuda.
Non so bene perchè si scelse di attraversare il confine tra Polonia e Bielorussia via terra, anziché prendere un aereo per Minsk. Tra la chilometrica coda dei TIR, gli orari di chiusura del valico di frontiera e il tempo materiale di vidimare i passaporti e ispezionare i bagagli, sia all’andata che al ritorno attraversare la frontiera ci portò via circa tre ore.

Ingannando l’attesa del volo di ritorno, all’aeroporto trovo un negozio di dischi. Non avendo idea del panorama musicale polacco decido di chiedere consiglio ai ragazzi dietro al banco. Mi rivolgo a loro in russo, chiedendo anzitutto loro se parlano russo. La loro risposta è un asciutto “niet”. In effetti, rivolgersi a dei polacchi in russo negli anni ’90 probabilmente è un po’ come rivolgersi a dei polacchi in tedesco negli anni ’50: non c’è da attendersi grande entusiasmo.
Replico immediatamente “do you speak English, then?” e ottengo da loro un attimo di sorpresa (vuoi vedere che questo tizio non è russo?) e in risposta un “yes, but… лучше по-русски”. Meglio in russo. “Хорошо”. Va bene, come preferite.
A questo punto dico loro che sono italiano (ho l’impressione che sia meglio specificarlo), che non conosco la musica rock polacca, che preferisco le voci femminili e che sarei loro grato se mi consigliassero qualcosa.

Devo dire che m’hanno consigliato abbastanza bene. È un rock un pochetto più duro della musica che ascolto abitualmente, ma la voce di Agnieszka Chylińska non è affatto male.