una terapia semplice e antica (2)

E venne il giorno in cui la caldaia si stancò di prendere “una botta o due nel punto giusto dello chassis data con la giusta energia” [1].
Molto perfidamente, la caldaia non ha smesso di funzionare tout court, anzi, in apparenza sembra andare tutto bene; i falsi contatti non si verificano più e non è quindi più necessario dare le suddette botte allo chassis per farla ripartire.
Ma l’acqua che scende gagliarda dai rubinetti di bagno e cucina e – soprattutto – dalla doccia assume una temperatura che può essere regolata, a piacere, tra il “freddo-e-basta” e il “tiepido-quasi-freddo-appena-sopportabile”.

Devo dire che il “tiepido-quasi-freddo-appena-sopportabile” è la temperatura ideale per una doccia.
A patto che fuori sia un torrido e afoso pomeriggio padano di luglio o agosto.
A dicembre l’effetto è un po’ meno gradevole (eufemismo).

Stasera, dopo aver verificato che non si tratta di un calo di efficienza dovuto ad incrostrazioni di calcare, il giovin-tecnico-delle-caldaie ha diagnosticato il guasto e sostituito la malefica scheda.
“Verrà riparata o ricondizionata?”
“No, non ne vale la pena, un pezzo nuovo costa meno delle ore che un tecnico specializzato deve buttarci dentro per cercare il guasto e ripararlo, anche se probabilmente s’è guastato un componente del valore di pochi centesimi.” 
Come quasi sempre avviene, si fa prima a buttare. 

Finalmente in questa casa tornerà la pigra mollezza delle interminabili docce calde, dopo questa forzata parentesi salutista di stampo prussiano. Ancora un po’ e avrei finito col programmare le Valchirie di Wagner sulla radiosveglia…

2 commenti su “una terapia semplice e antica (2)”

  1. L’unico vantaggio ad avere l’acqua della doccia “tiepida-quasi-fredda-appena-sopportabile” è che si risparmia sulla bolletta (anche se quei soldi vanno immediatamente reinvestiti in tranquillanti per moderare il giramento di cosiddetti che deriva dal fare docce freddine).

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