cattiveria

È relativamente facile essere cattivi con un immigrato clandestino.
Meno facile è essere cattivi con i caporali che lo sfruttano, che lo pagano in nero quando lo pagano, che gli affittano tuguri senza luce né acqua per dormire e con i datori di lavoro che quando si fa male in cantiere lo mollano su una strada come fanno col cagnetto che non piace più alla loro bambina.
Ancora meno facile è essere cattivi con gli scafisti che l’hanno portato qui, dopo averlo spogliato di ogni avere, comprato, venduto, buttato in mare a qualche miglio dalla costa.
E ancora meno facile è essere cattivi con i poliziotti e i frontalieri che l’hanno rapinato, arrestato e imprigionato con un processo sommario, quando ce n’è stato uno.
Sempre meno facile è essere cattivi con i governi che con una mano firmano impegni solenni, con l’altra si toccano i coglioni e che lo usano come arma impropria di pressione politica.
Ed è dannatamente più difficile essere cattivi con i signori della guerra e con quelle multinazionali che devastano le economie degli stati africani, costringendolo con altre migliaia di uomini e donne a mettersi in viaggio per poter avere un’occasione di sopravvivenza per sé e per chi resta a casa.

Come credi che sia arrivato qui dal suo paese? In un aereo di linea, con l’hostess che gli serviva un bloody mary

Signor ministro, si legga qualche libro, si faccia dare qualche testimonianza di prima mano.
Vedrà che di cattiveria quelle persone, quando sbarcano a Lampedusa, ne hanno vista già abbastanza.

Un commento su “cattiveria”

  1. Oltre alle multinazionali cattive mettiamoci anche i vari governi (spesso della vecchia e buona Europa), tutti democraticamente eletti, che hanno (e, per traslato, abbiamo anche noi) interessi economici a far continuare le guerre. Magari perché finché si scannano fra di loro nessuno penserà a togliere questa o quella licenza mineraria o quell’accordo commerciale tanto vantaggioso.

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