surrogati

Una mattina di qualche anno fa, su un treno pendolare, mi ritrovo a sentire la conversazione di due ragazze sedute dietro di me. È una normalissima sessione di pettegolezzo a stile libero (chi sta con chi, chi dovrebbe stare con chi, chi dovrebbe guardarsi da chi) condotta con la partecipazione emotiva che ci si attende quando si parla e si sparla di persone considerate vicine. E poi realizzo che tutti gli insoliti nomi e soprannomi menzionati nella chiacchierata sono personaggi di un telefilm allora molto popolare.

Centro cittadino, un sabato pomeriggio d’estate. Passeggio attraversandolo e noto che la maggior parte dei volti che vedo mostra fattezze di origine non italiana. Non sono scandalizzato, non mi sento invaso né invasato, mi chiedo solo dove se ne stanno le famigliole italiche. Qualche ora dopo raggiungo un centro commerciale dell’immediata periferia urbana e mi accorgo che sono tutte lì. Hanno disertato la piazza della città per ciondolare alla stessa maniera nella piazza artificiale, coperta e protetta, del centro commerciale.

Superata la necessità di zittire la fame, il cibo diventa un veicolo di simboli che si sostituiscono a quanto dichiarato in etichetta ed alla sua natura fisica. Poco importa – ad esempio – che il sodio sia fondamentale per il funzionamento del sistema nervoso e che il sodio normalmente contenuto nei cibi vanifichi l’effetto del bere litri di acqua a basso tenore di sodio. Non è acqua quella che stai bevendo, è una preghiera.

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