la teoria del periodo-finestra

Sono abbastanza convinto che nella vita di ognuno di noi ci sia un periodo-finestra per la musica leggera che va grossomodo dall’età di 15 anni all’età di 30 anni.

Tutta la musica leggera con cui entriamo in contatto nel periodo-finestra è “fondamentale”, “fantastica”, “mitica”, “geniale”, “eccelsa”, “inarrivabile”. Ogni generazione crede la musica del proprio periodo-finestra sia stata l’ultima fatta con passione e arte, prima di cedere al (orrore!) “commerciale”. E a cicli di vent’anni viene rivalutata, perché ora che sei sull’abbondante quarantina ed hai un potere d’acquisto un poco più solido, è cosa buona e giusta far leva sulla memoria per venderti versioni rimasterizzate, ristampe, rarities e cofanetti che a vent’anni erano fuori dalla portata del tuo budget.

Tutta la musica che è precedente al periodo-finestra è “vecchia”, “ingenua”, “seminale-ma-non-ancora-azzeccata”, “una barba”, “infantile”. Anch’essa viene rivalutata a cicli di vent’anni, e ogni volta che passa per radio pensi che ti fa sempre due marroni così oggi come allora e non ti darà scampo finché vivi.

Tutta la musica successiva al periodo-finestra è “una-patetica-imitazione”, “incomprensibile”, “senz’anima”, “poco originale”, “venduta”, “artificiale”. E ovviamente non sfugge al ciclo ventennale di celebrazioni più o meno postume, portate avanti a colpi di boy-band imbolsite e spice girls imborghesite.

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