chi ha paura dell’euro?

Due frammenti trovati su un giornale di oggi, risalenti a prima dell’attacco all’Iraq.

«L’Iraq intende proseguire nei suoi piani volti ad abolire l’uso del dollaro negli affari concernenti il petrolio… Questa settimana Baghdad ha insistito presso l’Onu, ottenendone il permesso, di vendere petrolio in euro, dopo il 6 novembre, attraverso il programma oil for food: L’Iraq ha minacciato la sospensione totale delle sue esportazioni di petrolio nel caso l’organismo internazionale avesse respinto la richiesta … l’Iraq sta rispolverando la strategia che un altro paese colpito da sanzioni Usa – l’Iran – ha discusso sia di recente, sia l’anno scorso … l’idea di spostarsi verso l’euro attrae l’Iraq e l’Iran, dato che questi paesi credono che se l’atto venisse seguito da un numero di grandi produttori di petrolio, si potrebbe creare una fuga dal dollaro, indebolendo Washington… Un altro possibile candidato per lo spostamento verso l’euro, se questa moneta fosse più forte, potrebbe essere il Venezuela le cui relazioni con Washington si sono inasprite…»
(Charles Recknagel, «Iraq: Baghdad Moves to Euro», Radio Free Europe , 1° novembre 2000, ottenibile presso:
http://www.rferl.org/nca/features/2000/11/01112000160846.asp).

«A tutti gli effetti, i normali criteri economici non si applicano agli Usa per via del ruolo internazionale del dollaro. Circa tremila miliardi di dollari sono in circolazione nel mondo permettendo così agli Usa di sostenere un deficit nei conti con l’estero virtualmente in forma permanente. Due terzi del commercio mondiale è denominato in dollari. Due terzi delle riserve estere ufficiali delle banche centrali sono a loro volta denominati in dollari… La dollarizzazione del mercato del petrolio è uno degli elementi chiave…. la maggioranza dei paesi costretti a importare petrolio ha bisogno di dollari per pagare il carburante. Analogamente, gli esportatori di petrolio detengono come riserve miliardi nella moneta in cui sono pagati».
(«When will we buy oil in Euros?», vedi:
http://www.observer.co.uk/Print/0,3858,4611300,00.html).

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