meno 18

Il referendum sull’estensione dell’articolo 18 è naufragato e, considerata l’ampiezza dello schieramento avverso alla vigilia, il risultato non sorprende.

Mesi fa ho letto un breve libro di Barbara Ehrenreich, “Una paga da fame – come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo”.
Un reportage sul campo in cui la scrittrice cambia città e lavora in incognito come cameriera, come commessa, come donna delle pulizie per poter raccontare in prima persona la realtà del lavoro meno qualificato negli Stati Uniti.
Lo cito perché ad un certo punto del racconto l’autrice fa un bilancio e si rende conto di cosa “non funziona” (non posso citare testualmente perché il libro l’ho prestato a mia madre e non è più tornato indetro, l’ultimo avvistamento è stato in casa di una zia, credo che ormai si sia perso per sempre tra i meandri familiari e affini…).

Lei scrive qualcosa come “mi hanno sempre insegnato, da quand’ero bambina, che il lavoro è il rimedio alla povertà, che chi ha un lavoro non vive in miseria”.
Ed è proprio questo che non funziona nella sua esperienza. Lei ha un lavoro, a volte anche due, ma non riesce comunque a coprire le spese di vitto e alloggio. La sua esperienza ha termine quando un’irritazione della pelle dovuta all’esposizione ai detergenti la costringe a ricorrere a cure mediche, le cui spese erano – nella situazione in cui si era calata – insostenibili.

A prescindere dai passi ulteriori che il Governo farà nei prossimi mesi, a prescindere dalle realtà del lavoro futuro, che sia stabile o precario, temporaneo o a tempo indeterminato, in affitto o tutto tuo, credo che il criterio di valutazione della saggezza della politica del lavoro sarà proprio questo: il garantire alla maggior parte della popolazione una vita decente, fatta non solo di sopravvivenza, ma anche di qualche sfizio, di qualche progetto (che ne so… comprare casa, ad esempio) e – non ci starebbe proprio male – di qualche soddisfazione.

Una società è stabile quando garantisce alla maggior parte della popolazione proprio questo: lavora otto ore al giorno e camperai decentemente. (Che questa stabilità sia giusta, opportuna e desiderabile non è scontato, ma è oggetto di altra discussione che ci porterebbe molto lontano da qui).
Se questa garanzia viene meno, o la stabilità è mantenuta con la forza oppure si va al tracollo dell’economia, depressa dal calo della domanda interna.

Speriamo in una classe politica saggia a sufficienza. Altrimenti, se lei sbaglierà, il conto lo pagherà chi non ha privilegi di sorta, come sempre.

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