non ci sono più scuse (se mai ce ne fossero state)

Stavolta no, non è una vittoria confusa, forse ottenuta con la frode. Stavolta quella di George Bush è una vittoria di misura, ma chiara. Non solo i democratici si sono mobilitati, anche se sono stati i soli a mobilitarsi con clamore, per questo sembravano più tanti.

Da una parte l’evidenza di uno stato sociale azzerato e sostituito dalla carità, di un equilibrio mondiale scardinato con l’arroganza di chi non si sente di dover rendere conto a nessuno, di un’opinione pubblica zittita a colpi di paure e allarmi artatamente seminati dai media. Com’era possibile – ci chiedevamo da fuori – continuare così? 48 statunitensi su 100 di coloro che hanno votato se lo chiedevano anche loro.

Dall’altra parte God, gays and guns, ovvero una campagna elettorale che ha parlato alle viscere di un’America grande, grossa e spaventata. Toccare le corde della morale, della decenza puritana, di dio salvatore, dei lupi alla porta, del “non ci faremo dire dagli altri come dobbiamo difenderci” ha pagato.
Ancora quattro anni di quest’America arrogante, razzista ed irresponsabile, che mette nei guai anche noi. E che ora si sente ancora più legittimata ad essere se stessa, se mai prima avesse avuto qualche dubbio.

Questo risultato semplificherà le scelte a qualche voce della nostra opposizione nel prossimo futuro? Lo spero, ma ho i miei dubbi.

Una nota in fondo, che c’entra poco, o forse no. Arafat sta morendo. Quando ho visto in TV la mappa della spartizione dei territori occupati tra Israele e Palestina proposta negli accordi di Camp David, non ho potuto non ricordare le fotografie di una cellula che ne circonda e disgrega progressivamente un’altra.

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