девяносто лет советской власти novant’anni di potere sovietico

In un non meglio precisato inverno dei primi anni ’90 a Mosca, ho ascoltato i miei amici russi mettere a confronto il prima e il dopo-regime sovietico, non senza qualche nostalgia per un ordine sociale che crollando aveva lasciato campo libero al caos sociale ed economico. Alla giungla del lavorare e vivere alla giornata, senza alcun tipo di tutela e di sicurezza, senza più diritto ad un’istruzione superiore e ad una sanità gratuite.
Il confronto tra le generazioni era evidente. I venti-trentenni erano contenti di poter essere un pochino più liberi di decidere del loro futuro individuale ed è con loro che alla fine ho brindato al non ritorno del comunismo nel loro paese.

E più li stavo a sentire più pensavo che il comunismo avrebbe dovuto diventare qualcos’altro, e non soltanto un modo di vestire con bandiere “rosso fiammante” la solita vecchia “marcia impostura” dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Perché nonostante il proclamato – e fino a un certo punto della storia, sono convinto, sinceramente incarnato da molti – motivo di agire per il bene collettivo, di questo alla fine s’è trattato.
Nonostante il proclamato slancio verso l’eguaglianza, anche la società sovietica – come quella capitalista a cui si contrapponeva – aveva una classe di privilegati. Invece del denaro, era l’appartenenza al clan giusto a fare la differenza. Ora, nelle società post-comuniste come in occidente, il privilegio è libero di manifestarsi in tutta la sua arroganza e l’universo mondo intero diventa “risorsa” da sfruttare.

Qualche inverno dopo “Vogue” riempiva Mosca di affissioni con lo slogan “here to stay”. Finalmente l’immaginario occidentale – fino a qualche anno prima rappresentato da un paio di jeans fatti fortunosamente passare in dogana – dilagava senza limite, facendo di Mosca una delle città più costose del pianeta e azzerando con un’iperinflazione il potere d’acquisto della maggioranza dei suoi abitanti.

Gorbačëv auspicava una sintesi dei due sistemi prima che l’Unione gli si rompesse in mano.
La nuova Russia odierna, che di democratico ha solo una pallida apparenza, rende per l’ennesima volta evidente “che non esistono poteri buoni”.

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