una terapia semplice e antica

La prima senza sensazione è appena percettibile, ma ormai ho imparato a riconoscerla come sintomo inequivocabile di ciò che sta per accadere. E non mi piace.

L’acqua si fa via via più tiepida. Da dentro il box doccia tendo l’orecchio per sentire se il bruciatore ricomincerà a funzionare con un il suo tipico botto soffocato, ma niente.
Impreco in maniera più o meno accesa. È successo di nuovo.

L’acqua ora è appena appena tiepida e qui si aprono due strade, proporzionali alla quantità di schiuma che ancora ho addosso: se è poca opto per il coraggio e finisco di sciacquarmi con l’acqua fredda gelata. È indubbiamente un qualcosa che mi sveglia, ma non giova all’umore con cui generalmente affronto la mattina.

Se invece la schiuma è ancora abbondantemente presente, soprattutto in testa, allora subentra la rassegnazione. Chiudo l’acqua, ricaccio le imprecazioni nel pensiero subcosciente, mi lascio sgocciolare un momento e m’avvio in cucina, dove c’è la malefica caldaia traditrice, lasciando impronte e gocce d’acqua lungo il percorso.
Un led rosso mi annuncia il problema di temperatura dei fumi o pressione dell’acqua, ma è solo un problema apparente – così mi disse il tecnico in occasione dell’ultimo controllo. “Si tratta di un falso contatto della scheda” che procura un finto segnale d’allarme e blocca tutto, fuorché lo scorrere dell’acqua.

La terapia è molto semplice e antica: una botta o due nel punto giusto dello chassis data con la giusta energia interrompe il falso contatto, fa ridiventare verde il led e riaccendere immediatamente il bruciatore. 

 “Ora non l’ho con me, ma se dovesse capitare troppo spesso, la sostituiamo”. Queste parole del tecnico deve averle sentite anche la scheda. Infatti questo scherzo non me lo fa spesso. Solo quando mi dimentico di lei.

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