ite, missa est

Per mia nonna, classe 1913, l’italiano era una lingua imparata a scuola. Una lingua straniera, usata solo da coloro che in qualche modo personificavano l’autorità statale e usata più spesso per comunicare cattive notizie che altro.
Una lingua da imparare e da usare solo in occasioni particolarmente formali, quando c’era necessità di rivolgersi a persone istruite, magari facendo precedere il proprio discorso da qualche formula di scusa per la poca padronanza della lingua nazionale.
La lingua madre usata in ogni momento della vita quotidiana era – come per la maggior parte dei cittadini italiani di allora – il dialetto.

Nonostante la radio e i tentativi di eradicazione delle parlate locali da parte del fascismo, i dialetti resistono ancora qualche decennio: saranno la televisione e l’abolizione della messa in latino a spianare la strada alla diffusione dell’italiano: il dialetto subirà un grande ridimensionamento – pur senza scomparire – col venir meno del mondo che questi descriveva, con il tramontare della cultura che attraverso di esso trovava le parole per definirsi. L’italiano troverà una propria dimensione parlata – uscendo dall’ampollosità delle forme della burocrazia statale – anche grazie al suo essere una lingua franca tra gli italiani del nord e gli italiani del sud, emigrati nel triangolo industriale.

Curioso come la lingua nazionale debba la sua diffusione ai due altari – quello della chiesa e quello dello schermo TV – su cui si avvicenda il passaggio del potere dal vecchio dio ecclesiastico al nuovo dio secolare del consumo e dell’abbondanza.
Chissà se l’idea di ripristinare la messa facoltativa in latino [1] è una sorta di vendetta storica più o meno inconscia contro l’Italia risorgimentale. Chissà se nelle chiese d’Italia i fedeli torneranno ad usare quel latino storpiato che serviva per memorizzare meglio le formule da pronunciare durante la funzione.

3 commenti su “ite, missa est”

  1. Non serve tornare al 1913, Io sono nato nel 1964 e mi ricordo una full immersion di italiano pochi giorni prima di cominciare la prima elementare. La maestra non era bergamasca, non avrebbe capito nulla, poverina.

  2. In effetti, anche per i miei genitori la lingua madre è stata il dialetto. Ma – non so bene perché, forse perché mio padre all’epoca già lavorava in città – ricordo che sin da bambino noi usavamo nella quotidianità sia italiano che dialetto, a seconda della familiarità del contesto e dell’interlocutore.

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