Brisbane – Sydney

05.XI.2001 14:30
Alle 9.30 io e M. arriviamo a Brisbane, finalmente. B. è abbronzatissima e fa un bel caldone.

Brisbane sembra una bella città, pulita, oggi assolata. Gli australiani sembrano abbastanza pronti alla battuta ed adottano un certa informalità che ancora non sa di ipocrisia. Ora la lotta è contro la differenza di fuso orario, non devo dormire fino a stasera!

Istigati da B., puntiamo qualche dollaro sulla 7a corsa della Melbourne Cup. 5 dollari vincente e 5 dollari piazzato ciascuno per Give The Slip, Prophet’s Kiss e Mr. Prudent.

06.XI.2001 09:30
HO SONNO ! È vero, è mattina, ma il mio corpo giustamente pensa che sia mezzanotte…

07.XI.2001 10:00
Macchina giapponese, guida inglese, cambio automatico. 600 chilometri a guidare “strano”, dal lato sbagliato.

Siamo a Yeppoon a fare colazione, poi ci imbarcheremo per la Great Keppel Island. Il jet-lag si va aggiustando, chissà che ridere il ritorno a casa.

Lungo la strada ci siamo fermati a mangiare proprio mentre la TV mandava la 7a corsa. Da brava strega qual è, B. ha azzeccato un piazzamento: Give The Slip, dopo aver dominato la maggior parte della corsa, si lascia superare e arriva secondo. 13:1. Vinciamo 65 dollari…

07.XI.2001 17:00
Great Keppel Island. Tropico del Capricorno, o giù di lì. Onde evitare le consuete scottature da abbuffata di spiaggia, mi sto facendo un tè. Il fatto che siano le 5 poi, rende tutto ciò molto British. Infatti il tè è con il latte.

Sui tavoli svolazzano pappagallini dalla livrea verde, arancione e blu, nel prato vedo un grosso lucertolone, credo sia un varano.

C’è un bel vento teso ed è incredibile pensare che è novembre. Ho chiamato casa, è buffo pensare che là è mattina e sta iniziando il giorno che qui volge al termine.

Gran bel posto.
Davvero.

09.XI.2001 19:30
Dingo, Queensland. Siamo passati da un posto da cartolina ad uno da telefilm. Anzi, da uno scenario alla “Charlie’s Angels” ad uno alla “Hazzard”. Siamo sistemati in un tipico motel da autostrada, probabilmente, a parte l’insegna della birra, anche in America sono così.

Dopo cena girovaghiamo per il paese nell’aria calda della sera, senza una meta. Cercando una birra finiamo al campo da tennis, dove vediamo una certa animazione. Ci viene attaccato un bottone enorme e passiamo la sera chiacchierando con le persone che si trovano lì. Presto la conversazione è monopolizzata da Bob, chiaramente affascinato da B.. Tiriamo mezzanotte. Pensavo di capire un po’ di inglese, ma tra l’accento del posto e la birra, devo ammettere di fare abbastanza fatica…

Arriva la pioggia. “Money in your hands”, dice Steve, allevatore. Pare che da queste parti la stessero aspettando da molto tempo.

11.XI.2001 06:30
Il Queensland si sveglia sotto la pioggia e noi con lui. Siamo sdraiati sui tavoli da picnic coperti di un autogrill, tentando di dormire un po’ dopo aver provato invano di farlo in macchina. Abbiamo lasciato ieri sera la Blackmore Highland e guidato tutta notte. Abbiamo fatto un piccolo percorso guidato, le cascate invece le abbiamo ciccate clamorosamente sbagliando sentiero e suscitando un misto di curiosità e ilarità in una famiglia australiana con cui ci siamo incrociati al parcheggio delle auto…

11.XI.2001 07:00
Sono davanti ad un caffè caldo, ne avevo bisogno, stordito dal poco sonno. M. e B. sono ancora sul tavolo.

È difficile dare corpo alle sensazioni, considerato anche quanto in fretta questi giorni sono scappati via. È vero che 15 giorni “lordi” in Australia non sono niente.

Credo che ci tornerò.

Ieri ho compiuto 35 anni. Tempus fugit. È ora di fare qualcosa della mia vita nell’unico settore che ho trascurato per tutti questi anni nella paura di non confrontarmi con la realtà delle cose.

Questo breve viaggio agli antipodi del pianeta sta diventando un breve viaggio agli antipodi di me stesso.

12.XI.2001 10:30
Rientrati a Brisbane, abbiamo preso il greyhound fino a Byron Bay. Il posto si chiama Belongil Beach ed è una bella struttura in legno vicinissima alla spiaggia. Finalmente il sole splende.

13.XI.2001 20:30
Passata la giornata in spiaggia, ci siamo imbarcati sul bus notturno per Sydney. Ora siamo a Sydney, dopo aver fatto due passi in centro. Il tempo è instabile.

Sydney è grande, pulita, moderna. Ma forse credo che preferirei vivere a Brisbane, dovessi scegliere tra le due.

Abbiamo davanti a noi gli ultimi tre giorni e pochi programmi. Spero che il tempo regga.

14.XI.2001 14:00
Stamattina ognuno è andato per la propria strada, nel senso che non ci siamo trovati, per quanto buffo possa sembrare. Non so quanta volontarietà ci fosse in ciò, ma ho girellato tranquillo per la città. Ho visitato il museo delle galere di Hyde Park. Come in 150 anni gli australiani hanno gestito, o tentato di gestire, i problemi comuni ad ogni società umana: crimine, follia, immigrazione, giustizia. Ancora una volta “memorie e passi d’altri ch’io calpesto”.

Sono su una panchina dalle parti di King’s Cross, definito su una guida “quartiere depravato”. Una sequenza di porno booths e casinò. Se questo è l'”adult world”, come recita un’insegna, allora credo di avere ancora sei anni.

Da qualche parte, agli antipodi.

15.XI.2001 11:00
Dopo colazione. Watching the wildlife. Sydney Central. Città cosmopolita, ma dove sono gli aborigeni ?

I visi orientali qui sono la maggioranza. B. mi ha attaccato un po’ di ingiustificata diffidenza verso di loro. È vero che è solo un pregiudizio, ma dietro il nostro osservare un volto e vederlo amichevole o ostile si agitano meccaniche inconsce che chissà fin dove affondano le loro radici nel tempo e negli spazi.

Quante volte un bel sorriso, un bel paio di occhi, sa disarmarti ?

Forse Sydney è un esempio della città che verrà. Inglese come lingua franca, collante di culture che si sfiorano entrando in contatto solo nel dialetto del mondiale consumo planetario globale. Ieri pizzerie e scritte in greco, oggi insegne coreane, cinesi, thai.

Nuwara Eliya e Unawatuna

Nuwara Eliya la raggiungiamo in treno da Kandy, lungo la linea che si snoda lungo la regione montuosa di Sri Lanka. Piante di té a perdita d’occhio e molte donne chine sotto il sole a lavorarle.
Si trova a 1900 metri di altitudine, è difficile rendersene conto, perché ovungue si guardi si vedono palme ma, in effetti, verso sera la temperatura cala sensibilmente.
Passiamo il pomeriggio nel parco, poi B. si scatena tra le bancarelle. Stavolta sono io che faccio “il cattivo”.

Al mattino successivo la sveglia è dura, considerato che alle sette del mattino parte l’unico autobus che scende a sud, a Matara. Anche le strade di montagna si somigliano un po’ tutte nel mondo e tutte provocano un effetto simile sui passeggeri degli autobus, specie se bambini. Ho capito a cosa servono quei sacchetti di plastica che ora corrono veloci di mano in mano.

L’autobus è uno spettacolo per la collezione di talismani e icone che ospita sul parabrezza. Un Buddha, un Cristo, una divinità indù di cui non so il nome. Forse l’autista non vuole scontentare nessuno o forse ha deciso che la protezione di tre dèi è meglio di quella di uno solo. Mi sembra logico. Anche dopo aver constatato come si guida da queste parti.

Unawatuna. Mare, mare, mare ! Dunque questo è l’Oceano Indiano, quello di Sandokan per intenderci, anche se lui scorrazzava un po’ più in là.

Lasciamo scorrere questi ultimi giorni facendo una “vita da spiaggia” molto pigra. L’unica fatica è fermare il venditore ambulante di ananas per fare merenda.

Ho imparato un’altra cosa. Devo dare retta a chi mi dice che in certi paesi il fattore di protezione 16 non è sufficiente. Infatti, dopo un giorno di spiaggia, ho dovuto restarmene buono buono all’ombra…

Pinnewala Elephant Orphanage e Peradenya Gardens

Gli elefanti hanno lo stesso sguardo mansueto delle mucche e, come le mucche, mi rendono un po’ inquieto.
Ricordano quelle persone calme e placide che perdono le staffe solo un paio di volte l’anno, lasciando però il segno.

I Peradenya Gardens li visitiamo sulla via del ritorno alla Pink House. Sono immensi e ospitano serre piene di orchidee ed altri fiori dai colori intensi.
Nel centro del parco c’è una strada che descrive un cerchio ai cui bordi vari personaggi politici e storici in visita in Sri Lanka hanno piantato un albero.
Quello della foto sotto è stato piantato da Jurij Gagarin.

Una scolaresca di ragazze, tutte in uniforme bianca, fa una specie di girotondo, cantando e ridendo. Ci somigliamo tutti quanti più di quanto siamo disposti ad ammettere.

Nuwara (Kandy)

“Kandy? È come essere in Svizzera!” mi dice un amico che c’è stato anni fa e ha fatto molti viaggi in giro per il subcontinente indiano. Sarà perché è in altura, sarà perché c’è il lago, sarà che mi sto abituando, a me questa città è piaciuta più delle altre.

I nostri padroni di casa, la Pink House, sono persone gentili ed ospitali; la signora mostra a B. come indossare il sari, l’atmosfera della casa, specie nell’aria calda della sera, è quieta ed invoglia a chiacchierare accanto ad una tazza di tè. Un gatto nero ci onora ogni tanto della sua presenza.

Il tempio, che sorge sulle sponde del lago, è un’oasi di quiete in cui rifugiarsi quando si è stanchi del caos della città. Vi si accede dopo essere stati perquisiti, perché qui, nel ’98, è scoppiata una bomba. Ancora oggi Sri Lanka, nelle regioni settentrionali, è teatro di una guerra civile.

Polonnaruwa

È stata una delle capitali del regno singalese ed ora è un sito archeologico esteso su vari chilometri quadrati. Tant’è che avevamo intenzione di noleggiare delle biciclette, ma scopriamo solo dopo aver fatto vidimare i biglietti che all’interno del sito di noleggi non ce n’è… “you can rent these” dice una delle guardie riferendosi alle loro biciclette, e così facciamo.

Qualche cosa che ho imparato:
– non volgere mai le spalle a Buddha;
– se la macchina fotografica che avete con voi non è una reflex, occhio alle dita davanti all’obiettivo;
– scambiare casualmente uno sguardo con un venditore di qualsiasi cosa significa “fammi vedere cos’hai, ho sicuramente intenzione di comprare qualcosa”;
– il latte di cocco è caldo, disseta comunque, ma è più caldo dell’aria calda da cui si cerca sollievo…

Colombo – Dambulla – Sigyria

Gli aeroporti si somigliano un po’ tutti, il Bandaranaike Airport di Colombo non fa eccezione. Sono le 6 del mattino circa, albeggia e l’aria è già calda. Raggiungiamo la stazione dei treni di Colombo in tassì attraversando una città che si sveglia. Un cartello enorme promette “20 years of horror class accomodation” a chiunque si renda colpevole di pedofilia. Non credo che esistano galere divertenti, ma la galera di un paese del terzo mondo non credo sia il posto da cui un occidentale esce vivo dopo vent’anni…

Consigliati dal bigliettaio della stazione ferroviaria a prendere un pullman, siamo in viaggio per Dambulla, scelta non tanto perché è sede di un tempio ma perché sembra essere abbastanza a metà strada per visitare alcuni luoghi interessanti. Una volta tanto, mi lascio guidare fiducioso da chi ha studiato il viaggio più di me.
In fondo, non solo è la prima volta che vado in Sri Lanka, è anche la prima volta che esco dalla prospera e rassicurante “fortezza Europa”. Mi sento incuriosito e disorientato allo stesso tempo.

L’albergo di Dambulla a B. non fa una buona impressione, comunque, considerato che siamo abbastanza distrutti, prendiamo una camera e recuperiamo un po’ di sonno.
Nel tardo pomeriggio siamo in visita al tempio, che sorge su un’altura a sud della città, ai cui piedi stanno costruendo un edificio sormontato da un enorme Buddha dorato. La cosa che più mi sorprende è osservare un paesaggio dall’alto e non vedere il solito scenario cui sono abituato. Dove sono le strade ? I paesi ? Ci sono, naturalmente, sotto il tappeto verde di foresta, da cui salgono rumori di traffico e versi di animali. Forse ho capito cosa vuol dire la parola “lussureggiante”.

Rientriamo dal tempio che è ormai buio camminando lungo una delle due vie principali della città. Tra i vari negozi, in particolare ne ricordo uno che vende bandiere rasta e batik raffiguranti Bob Marley.

A Sigyria ci andiamo con il tuc-tuc di Prjanta, che ci ha attaccato bottone ieri sera proponendosi come guida. B. tratta sul prezzo (pare che io abbia il cuore troppo tenero), così nasce quel gioco delle parti che ci verrà comodo in varie occasioni, in cui a volte io, a volte lei, fingiamo di essere il coniuge irritato dalla facilità di spendere dell’altro…
Sigyria era una fortezza, di cui oggi rimangono alcuni resti, costruita sopra una roccia enorme, salire fino in cima è una bella camminata.

Hesteyri

Agosto sta finendo. Siamo partiti, come da programma, alle 2 e mezza del pomeriggio diretti al fiordo ed all’omonimo villaggio di Hesteyri. Io ed una coppia di israeliani, Ytzak e Dasi, siamo gli ultimi 3 turisti della stagione. Lyddi (la moglie di Hafsteinn, entrambi gestiscono d’estate questa attività di escursioni) mi dice che ormai la stagione è terminata, non ci sono più abbastanza turisti e questa sarà l’ultima escursione della stagione. Oltre a noi, alcuni parenti di Lyddi, in visita da Reykjavík.

La storia di Hesteyri è a modo suo emblematica di come il destino di una comunità è indissolubilmente legato alle risorse dell’ambiente in cui si trova. Abitato da quando i primi coloni norvegesi arrivarono sull’isola, all’inizio del XX secolo divenne una stazione norvegese di caccia e lavorazione delle balene aprendo l’economia del villaggio, fino ad allora di sussistenza, al mondo esterno. Dopo circa trent’anni, un divieto governativo di caccia alle balene fece sì che i norvegesi se ne andassero, la fabbrica venne riciclata per la lavorazione delle aringhe.
Nel 1938 Hesteyri era abitato da poco meno di un centinaio di persone. Le dure condizioni di vita, specialmente durante l’inverno, ed un cambiamento nella zona di riproduzione delle aringhe resero la vita del villaggio sempre meno sostenibile finché nel 1952 gli ultimi 30 abitanti del villaggio decisero di andarsene a cercare fortuna altrove. Il villaggio rimase incustodito per oltre trent’anni finché alcuni dei discendenti degli abitanti tornarono e rimisero in piedi alcune case.

Ora la zona del villaggio (l’Hornstrandir) è un parco naturale, solo ai discendenti degli antichi abitanti di Hesteyri (in grado di dimostrarlo) è concesso di ricostruirvi la propria casa, a patto che sia identica per dimensioni ed aspetto esteriore a quella originale. Alcune case sono adibite a rifugio per chi voglia compiere escursioni nella zona.

{ Hector Zazou & Björk – Vísur Vatnsenda-RósuChansons des mers froides, 1994 }

Landmannalaugar – Þórsmörk


20.VIII.98 14:00
Sono partito in orario, alle cinque e mezza, e fino alla costa normanna si è potuto sbirciare tra le nuvole, poi un tappeto unico di nubi bianche ha nascosto il mare sotto di noi finché da esso non sono sbucati i ghiacciai del sud dell’Islanda. Cominciamo a scendere, cielo terra e mare fanno a gara a chi cambia colore più in fretta, verde, grigio, bianco, blu, nero, ruggine. Il pilota sbaglia l’approccio alla pista invasa dalla nebbia e si risale per poi tentare nuovamente e riuscire ad atterrare.

L’autobus, praticamente vuoto, mi porta fino a Reykiavík lungo una strada che attraversa campi di lava nera spruzzata di licheni ed erba. Pioggia leggera in cielo, neanche un albero a terra. E questa è la cosa che più mi sorprende.

Trovo il terminal degli autobus interni, trovo l’ostello, trovo l’ufficio della Ferðafélag Íslands ed il supermercato per fare la spesa. Gli islandesi sono di una cortesia estrema. Ho già perso il biglietto giornaliero dell’autobus.

Ora sono rientrato in ostello, ho fatto fin troppo presto. Aspetto che aprano le camere, così sistemo lo zaino. Domani mattina parto per Landmannalaugar.

Ho iniziato a tenere il conto delle spese, ma poi ho deciso di lasciar perdere. Starò attento a non esagerare. Non posso farmi venire mal di stomaco ogni volta che tiro fuori la carta di credito.

21.VIII.98 14:15
Mi sono svegliato poco prima delle sette, come da programma. Vado in bagno e mi accorgo troppo tardi che avrei dovuto portare con me la chiave della stanza per potervi rientrare. Scendo a chiedere una nuova chiave alla reception, ma la reception apre alle 8, mica dovrò starmene in mutande nell’atrio dell’ostello per un’ora ? Per fortuna qualcuno rumoreggia in cucina, busso, spiego quanto è successo ed ottengo la chiave ed un sorriso divertito.

Alla fermata dell’autobus un ragazzo tirato a lucido (giacca e cravatta, quantomeno strano di fronte ad un ostello pieno di gente con zaini, scarponi e tute da ginnastica) attacca discorso mentre aspettiamo. È spagnolo, di Madrid, è a Reykjavík per lavoro, va ad una conferenza di biochimici per presentare un lavoro sui prioni (“crazy cow, tu sabes“).

Parto per Landmannalaugar accompagnato dalla stessa pioggia leggera di ieri. Uscendo dalla capitale, saliamo su un altopiano e poi scendiamo a Selfoss, quindi Hella, quindi il deserto marziano. Il pullman si muove su una pista che attraversa spianate di sabbia nera tempestata di qualcosa di verde che da lontano sembra erba e da vicino si rivela essere muschio e lichene. Costeggiamo colate laviche e attraversiamo torrenti, dopo un paio d’ore, superato il lago di Frostastaðavatn, in mezzo ad una enorme spianata che sembra essere il letto di un fiume dal corso e dalla portata apparentemente molto variabili, appare il rifugio di Landmannalaugar, circondato da montagne di pietre rosse, gialle, ruggine e perfino verde-blu.
Landmannalaugar

Il cielo è coperto, non piove, con un maglione addosso non si sta male.

Sistemo la mia roba sulla branda. Di sotto una signora italiana sta sottolineando tutto ciò che non le piace (“la prossima volta stai a casa tua”, penso). Vado a fare il bagno nella pozza della sorgente calda vicino al rifugio. Ci si sta troppo bene dentro. L’acqua è letteralmente scaldata dal fondo della pozza, se tocchi il fondo e lo scuoti con la mano, più scendi più senti caldo, al punto che devi smetterla se non vuoi scottarti.

Conosco Manni, un islandese che parla italiano e sta facendo da guida proprio al gruppo di italiani a cui appartiene la signora di prima. Un eroe, insomma. Venendo a sapere che sono diretto a Þórsmörk e quindi a Skogar, mi dà qualche dritta sul percorso e, dal momento che loro stanno rientrando in città, mi riempie lo zaino di roba da mangiare, frutta compresa. Un vero Babbo Natale.

21.VIII.98 17:00
Sono appena rientrato da un breve giro nei dintorni che mi ha portato in mezzo all’immenso letto del fiume ed poi sulla cresta della Bláhnukur, una collina di friabilissima roccia color verde turchese. Per la prima volta il tempo è cambiato in peggio, dopo una fugace schiarita una nube bassa bagna tutta la zona di una pioggia lieve. Nonostante questo (o, forse, proprio per questo) qualcuno continua a starsene a mollo nella pozza calda.

21.VIII.98 18:00
Compagni di stanza italiani salvano la reputazione nazionale. Non siamo tutti antipatiche signore insoddisfatte, anzi. Claudio e Nadia vengono da Ancona, Cinzia e Paolo da Vicenza. Un altro bagno, questa volta tutti insieme, nella pozza calda sotto la pioggia lieve che va e viene. Abbiamo cenato insieme. Quando sono quasi le 10 fuori ci sono 6 gradi ed è ancora chiaro. La coppia di australiani che divide la stanza con noi si prepara a dormire e noi facciamo altrettanto. È stata una bella giornata.

22.VIII.98 11:00
Ho lasciato Landmannalaugar alle 7 del mattino dopo un caffè veloce. La tappa di oggi prevede il raggiungimento del rifugio di Hrafntinnusker, distante circa 10 Km con un dislivello massimo di 600 metri circa. Il sentiero inizia costeggiando la lingua di lava ai piedi della quale è stato costruito il rifugio, tratti in salita si alternano a plateau più o meno morbidi. Salendo, la vista si allarga alle mie spalle sulla valle, voltarsi indietro a guardare offre un bello spettacolo. Anche perché la giornata è splendida. Non c’è una nuova in tutto il cielo. Mi viene in mente “Brace” dei CSI.

Il percorso è costellato di sorgenti calde; a volte semplici fratture nella montagna da cui esce vapore caldo dall’odore solfidrico, a volte vere e proprie bocche che buttano acqua bollente in pressione rumoreggiando come caffettiere.

Dopo una buona ora di cammino incontro Claudio e Nadia che, vista la bella giornata, si sono alzati molto presto; rientrano al rifugio dopo aver fatto un tratto del sentiero per Hrafntinnusker. Ci salutiamo e ci auguriamo un buon proseguimento.

Il sentiero comincia ad incontrare del ghiaccio. Ogni tanto occorre attraversare alcune lingue di neve. Il sentiero è indicato chiaramente anche se, in alcuni tratti, diventa decisamente aleatorio, l’essenziale è non perdere di vista la sequenza di paletti gialli e rossi che lo traccia. Dopo un’ultima sosta, in un quarto d’ora circa, giungo in vista del rifugio. I gestori, aiutati da qualche ospite islandese, stanno facendo pulizia e lavori di manutenzione della casetta. Ho camminato 3 ore e mezza, per oggi basta. Dopotutto, sono in ferie…

Sto seduto su una panca in pieno sole, alla mia destra qualche macchia di ghiaccio e due sorgenti calde che sbuffano rumorose, di fronte a me un vasto altopiano di ghiaia nera costellata da innumerevoli schegge di ossidiana nera e lucida. La neve copre i rilievi che contornano l’altopiano.

21.VIII.98 14:00
Effettivamente Hrafntinnusker può essere comodamente considerato una tappa intermedia. Volendo, ci si arriva in mattinata, si pranza e si riparte per la tappa successiva. Considerato che in questo periodo la luce del giorno cala solo dopo le 10 di sera c’è tutto il tempo per farlo. Il bel tempo sembra tenere davvero. A causa delle vesciche che mi si sono formate sui piedi (uffa !) non mi arrischio a girare troppo nei dintorni, salvo una puntata fatta prima di pranzo alle sorgenti calde qui vicino.

21.VIII.98 15:00
Stufo di starmene in branda, ho incerottato i talloni e sono salito sul Söðull (mezz’ora di cammino dal rifugio); da lassù la vista è a 360°. Ho qualche problema con la macchina fotografica, piuttosto che rischiare di perdere le 16 fotografie scattate finora, riavvolgo il rullino.

Un gruppo di 35 italiani dall’accento romano ha appena lasciato il rifugio. Ho l’impressione che sarò l’unico straniero a pernottare qui.

21.VIII.98 18:00
No, non sono l’unico straniero. È arrivato un gruppo di tedeschi, è arrivata una coppia di francesi. Sono però l’unico straniero nel mio stanzone, in cui si è insediato un gruppo di islandesi. Uno di loro non appena mi vede mi dice (in inglese) “Non credo che tu possa stare qui, noi siamo un gruppo”. Gli rispondo con uno sguardo perplesso e vado a dire al gestore che mi posso anche spostare, se serve. “Non serve. Hai lo stesso loro diritto di star lì. Non preoccuparti”. E ci resto. Alcuni di loro, un po’ meno cafoni, attaccano bottone e si chiacchiera un po’.

Esco a sedermi ancora sulla panca, ora il sole sta per essere nascosto dalla collina alla mia destra.

21.VIII.98 19:00
Cambio stanza. Vado di sopra, con gli altri stranieri.

L’invito “for your comfort” mi è stato rivolto dall’altro gestore (non quello con cui ho parlato prima). Capisco che un gruppo di 17 persone possa sentirsi a disagio con uno straniero in stanza (a me non me ne fregherebbe proprio, anzi, forse risulterei importuno per la mia eccessiva curiosità). La giornata si chiude con questa nota amarognola.

23.VIII.98 10:50
Ho dormito molto bene ed ho lasciato il rifugio alle 7 meno un quarto. Il sentiero verso il lago di Álftavatn parte attraversando in direzione sud l’altopiano di fronte al rifugio in un continuo saliscendi dovuto al dover attraversare le piccole vallette scavate dal ghiaccio e dai ruscelletti provocati dal disgelo. Attraversato l’altopiano si torna a salire e si raggiunge una cresta dietro la quale appare la valle del lago di Álftavatn in tutta la sua verde ampiezza. A quel punto si scende abbastanza bruscamente e si raggiunge il fondovalle, piano ed erboso.

Arrivo al rifugio dopo 3 ore e mezza ed il paesaggio credo sia il più alpino tra quelli visti finora. Trovo nel rifugio due ragazze americane, il custode sta dormendo, chiacchieriamo un po’ e mi faccio un caffè che vale da colazione e da aperitivo.

Nota a margine tutt’altro che marginale: anche oggi tempo splendido.

23.VIII.98 15:00
Örn (“Aquila”), il custode, è una persona gentilissima. Mi offre un ennesimo caffè e facciamo due chiacchiere, mi racconta del posto e spiega il significato dei toponimi del luogo (la “grande montagna verde”, la “cosa cresciuta male”, il “passo dei cinque vörður”…), infine mi dà qualche salviettina disinfettante per le mie vesciche, ormai belle scoperte.

Vengo raggiunto dalla comitiva di tedeschi che ieri erano con me a Hrafntinnusker, Örn mi presenta a loro come “one Italian hero”.

Ho fatto il periplo del lago e poi una doccia, le migliori 200 corone spese finora. Il tempo continua a reggere, ma si prevede un peggioramento per domani sera.

Örn mi chiede anche quale informazione abbiamo noi in Italia sul suo paese, perché ha notato che molti italiani arrivano male attrezzati, senza abiti pesanti ed equipaggiamento adatto.

Sono arrivati anche Pete, ricercatore di Boston, e gli islandesi che ieri erano a Hrafntinnusker. Forse è un caso, forse no, gli islandesi stanno in una delle due casette, gli stranieri nell’altra.

24.VIII.98 12:00
Ieri sera Philip, giornalista svizzero che sta facendo il mio stesso percorso ma in senso inverso, mi raccontava che quando non si è presentato al rifugio stabilito (perché aveva deciso di fare una tappa intermedia) il rifugista che lo attendeva ha allertato gli altri rifugi ed ha mandato qualcuno a cercarlo. Questo mi rassicura, se una qualsiasi delle mie tappe salta, qualcuno lo sa.

Ho lasciato Álftavatn alle 7 e un quarto, la tappa di oggi è durata 4 ore e mezza. Ho fatto anche il primo guado serio, con l’acqua fino alle ginocchia e le ciabatte ai piedi. Mi ha fatto un po’ fifa, l’acqua era rapida e mantenuta torbida dal movimento ed inoltre se fossi caduto non avrei avuto altra roba pesante ed asciutta da mettermi.

Poi è iniziato il deserto.

Ancora una volta sembrava di osservare le fotografie di Mars Pathfinder virate al nero.

Il rifugio di Botnar í Emstrum, dove sono ora, ha una vista eccezionale. Di fronte a me una lingua di ghiaccio del Myrdalsjökull ed in mezzo un profondo canyon verde che domani, a quanto ho capito, dovrei costeggiare.

Per oggi non mi muovo più, al solito devo far asciugare i talloni sperando che basti.

24.VIII.98 14:00
Non ho fame, mi sono fatto solo un caffè caldo. Potrei quasi passare per uno di quei figuri da pubblicità con la tazza di caffè solubile fumante in mano dopo aver attraversato la giungla…

Ho chiacchierato un po’ con Géraldine, una ragazza di Strasburgo; lei ed il suo ragazzo stanno facendo la mia stessa strada. Hanno dormito al rifugio di Hvangill, un paio di chilometri dopo Álftavatn.

Accanto al rifugio, a sinistra, la vita riesce comunque ad aver ragione anche di un substrato avaro come la sabbia vulcanica nera: un rivolo d’acqua premette la crescita di muschio, erba e piantine che un gruppo di pecore sta brucando.

Il tempo comincia a peggiorare, un nuvolone scuro ci sta passando sopra. Il custode di Botnar è un ragazzo simpatico, mi ha invitato ad usare la cassetta del pronto soccorso (“fyrsta hjälp”) per i miei talloni, li ho medicati con della garza alluminata. I custodi sono quasi sempre studenti impegnati in questo lavoro estivo che, come altri lavori estivi, rientra nel programma scolastico.

24.VIII.98 16:30
Ormai la compagnia di viaggio è quasi completamente ricomposta, ci siamo quasi tutti, manca solo Pete. Una domanda: come hanno fatto quelle pecore ad arrivare fin qua ?

24.VIII.98 18:00
È arrivato anche Pete, la compagnia è al completo. Ho cenato presto, così il tavolo resta libero per il gruppo della Viking Reisen. Il tempo è girato al peggio, cielo coperto.

Ci sono anche due ragazzi olandesi, Anno e René. Anno ci ritrae tutti sul guestbook del rifugio.

25.VIII.98 14:30
Arrivo a Þórsmörk. Ho fatto la strada insieme a Pete, ci siamo lasciati al bivio per
Husadálur, lui rientra subito a Reykjavík per tornare a Boston domani. È stato di ottima compagnia. La tappa di oggi è stata la più lunga, circa sei ore, compreso il guado del Þróngá (ancora una volta con l’acqua fino alle ginocchia). Pete ha detto che a volte il sentiero gli fa l’effetto di trovarsi in mezzo a enormi mucchi di scarti di miniera, come se una flotta di enormi camion abbia scaricato cumuli di pietrisco chissà quanto tempo fa. A mano a mano che scendiamo i fiumi si fanno più grossi, raccogliendo tutti i rivoli ed i torrenti che scendono dalle lingue dei ghiacciai alle nostre spalle.

L’arrivo a Þórsmörk ha invece qualcosa di sbalorditivo. Di colpo il paesaggio cambia e compaiono un boschetto di betulle nane e contorte come ulivi, erba, fiori e farfalle. “Mancano solo le mucche”.

Ho fatto una doccia ed ho chiesto alla rifugista di Þórsmörk di cancellare la mia prenotazione a Fimmvörðuhals, non mi fido né dei miei talloni né del tempo, che comincia a seminare anche un po’ di pioggia. Domani rientro in città.

Ljuda

Ljuda e io all'aeroporto

Ieri è arrivata Ljuda, da Brest, dopo un viaggio durato 24 ore. Seduta sul divano di casa, fissava il vuoto in una postura innaturale, come se avesse voluto piegarsi su sé stessa fino a scomparire. Tanto spaventata da non accorgersi dei due rivoli di lacrime che scendono sul suo viso silenzioso. La TV accesa davanti ai suoi occhi sembra monopolizzare la sua attenzione, ma il suo sguardo non si muove nemmeno quando la spegniamo…
Io e mia madre siamo imbarazzati e imbranati, e tentiamo di catturare la sua attenzione. Col mio russo provo a dire qualche parola gentile, senza risultato. Mia madre la coccola un po’, cercando di farle capire che non c’è ragione di piangere.

Poi penso a quando mi sono seduto per la prima volta sul divano dei miei amici moscoviti. Non ero spaventato, ero sazio da un ottimo pranzo di benvenuto, ma la prima cosa che Tat’jana ha fatto è stato mostrarmi le fotografie di famiglia. “Proviamo”, mi dico.
Mia madre, seduta accanto a lei, sfoglia gli album di famiglia. E scatta in Ljuda la curiosità. Al terzo album è lei a sfogliare le pagine. Le portiamo altri libri illustrati, ma preferisce le fotografie. Si guarda in giro, vede la bambola russa del samovar. Fa cenno di prenderla, gliela diamo, comincia a strapazzarla. Poi recupero un pinguino di peluche che mi hanno regalato (quanti ?) anni fa. Finalmente sorride. E poi la matrjoška ed un altro peluche di mio fratello. Ora mi risponde quando la chiamo per nome. Le dico che mia madre vuole mostrarle dove può sistemare le sue cose. Finalmente si alza dal divano, temevo non l’avrebbe fatto mai. Invece ora è curiosissima, ancora non parla, risponde solo a cenni, ma osserva tutto e vuole andare dappertutto. La bigiotteria di mia madre è l’apoteosi. Subito due orecchini ed una collana per sé, poi comincia a riempire di collanine, spille, orecchini i vari peluche, mostrandomeli ridendo.

È molto indipendente, ama arrangiarsi da sola e forse ci è abituata da sempre. Oggi ha aiutato mia madre ad apparecchiare e sparecchiare la tavola. Fogli di carta, pastelli e pennarelli, timbrini giocattolo che stampano fiori. Mi mostra i suoi quaderni, mi racconta cosa ha fatto a scuola. Ora viene a farmi gli scherzi con un pupazzetto che suona…
Meno male. Sta andando tutto bene.

Ljuda fu ospite dei miei genitori all’interno di un programma di soggiorno per bambini bielorussi, che venivano alloggiati presso famiglie della zona. Il loro soggiorno durava un mese, durante il quale usufruivano delle aule messe a disposizione dalle scuole elementari locali per continuare a frequentare la scuola insieme ai loro insegnanti.
Oggi (2008) Ljuda ha quasi vent’anni, ma l’esposizione ai danni del disastro di Černobyl ha minato la sua salute in modo serio.

colpo di stato

Mosca 20 agosto 1991Ero a Mosca il giorno in cui i generali occuparono il Cremlino e misero agli arresti Gorbačëv.
Avevamo trascorso la notte precedente in casa di parenti di Katja, a Zelenograd e la mattina rientravamo in città in autobus. All’incrocio dell’autostrada proveniente da San Pietroburgo (allora ancora Leningrado) con la tangenziale anulare di Mosca, già notammo i primi posti di blocco.
Giunti a casa, Dima ci diede la notizia: “Žan, è un momento storico, hanno cacciato Gorbačëv!”. E subito, curiosi e incoscienti, prendiamo il metrò e ce ne andiamo verso il centro città.

Il Cremlino era irraggiungibile. All’altezza dell’ufficio centrale delle poste, sull’odierna via Tver’skaja c’era il blocco formato dai carri armati. Le fotografie le ha scattate Katja, con sua madre che, preoccupata, continuava a dirle di smetterla prima di cacciarsi in qualche guaio.

Pericoli non ce n’erano. I moscoviti cercavano di parlare coi soldati – molti volti dai tratti asiatici – e non c’era particolare tensione. Più esternamente, sulla circonvallazione interna del Sadovoe Kol’co, barricate di tram messi di traverso e cassonetti di spazzatura rovesciati impedivano l’accesso alle auto.

Il colpo di stato durerà soltanto due giorni. I generali si ritireranno e il potere verrà assunto da El’cin. Nelle sue mani, quella che con Gorbačëv cercava di essere una discesa controllata, diventerà una caduta libera.