cimena!
Per il governo “Natale a Beverly Hills” è un film di interesse culturale. [1]
Tra 5000 anni gli archeologi capiranno molte cose grazie a lui.
записки на манжетах ±ö± pensieri, parole, opere, omissioni discontinue
Per il governo “Natale a Beverly Hills” è un film di interesse culturale. [1]
Tra 5000 anni gli archeologi capiranno molte cose grazie a lui.
2012, il film: il premier italiano non sale sulle navicelle di salvataggio con gli altri capi di stato [1].
Era la Merkel quella che gli reggeva la scaletta.

Per chi non segue Doonesbury, striscia dalla trama più intricata dei migliori/peggiori serial TV, la ragazza che si chiede da dove venga la grandiosità delle sue aspettative dopo essersi resa conto che il suo film amatoriale non parteciperà a qualche festival di cinema indipendente è Alexandra “Alex” Doonesbury.
La donna nell’ultima vignetta è J.J., madre di Alex, ex moglie di Mike Doonesbury e performance artist dalla carriera controversa.
La striscia è (c) 2008 di Doonesbury/UComics. Apologies to Garry B. Trudeau.
ABC – Beauty Stab
Eravamo più o meno a metà degli anni ’80. Si vendevano tonnellate di gel per capello “effetto bagnato”, la musica pop era esclusivamente british, il linguaggio (mistificato ad arte) del corpo si prendeva una schiacciante e duratura rivincita su tutte le parole spese nel decennio precedente, non era vietato trasmettere in tv pornografia in chiaro – anche perché i decoder digitali erano ancora di là da venire.
Non essendo comunque sbandierata sulle guide tv, la suddetta pornografia era fruibile a costo di un estenuante (per l’occhio e per la mano – quella del telecomando) zapping sui numeri più alti del tastierino dei canali, quelli assegnati alle emittenti più locali e ruspanti.
Mica come i ragazzini di adesso, che con internet hanno un supermarket di carne virtuale a disposizione 24 ore su 24 senza fatica e senza sbattimento.
C’erano anche leggende metropolitane che facevano da guida nella giungla dell’etere, più o meno come
«Aspetta la fine delle trasmissioni, quando scorre il rullo dei programmi del giorno dopo. Se al termine del rullo compare la scritta “*** vi augura la buona notte” allora niente. Se invece compare solo “***” allora devi solo avere pazienza, vuol dire che lo fanno».
Certo poteva capitare che la fruizione del film fosse bruscamente interrotta dai passi di un genitore assonnato (“che ci fai ancora sveglio a quest’ora?”), o dal rientro dei genitori da una serata fuori casa.
Per fortuna in quei casi c’era Deejay Television, su cui ci si sintonizzava di corsa al primo rumore sospetto.
Ed eccolo lì, il brit-pop in tutto il suo pompato splendore di look androgini e sassofoni ruffiani. E in mezzo a tanta paccottiglia musicale, ogni tanto, qualche perla come “S.O.S.” degli ABC . Del video(*) [1] si può anche fare a meno, ma la canzone resta una di quelle più azzeccate da Fry e soci.
(*) Avvertenza per chi cliccasse sul link al video: YouTube ha recentemente deciso di togliere l’audio a tutti i video coperti da copyright e caricati senza autorizzazione sul suo sito. Ciò significa che del videoclip degli ABC potrebbero essere rimaste solo le immagini.
Gira per radio in questi giorni la pubblicità di un servizio telefonico che mette a disposizione di chi si dovesse avventurare per le perigliose contrade d’Italia una centrale d’ascolto-aiuto-pronto intervento.
Una sorta di equivalente privato del 113 o del 112.
Dopo aver “pasturato” seminando paure ad hoc, ecco pronta una platea di cittadini bisognosi di protezione e ben disposti a pagarla per averla.
Purtroppo non m’è rimasto in mente il nome del servizio, altrimenti penso che avrei potuto linkarne il sito web – ce l’avranno di sicuro…
aggiornamento – è passata la pubblicità – il servizio si chiama (guarda un po’) “Salvo”.
La cosa buffa è che mi ha fatto immediatamente venire in mente il lungometraggio “Rat-Man e il segreto del Supereroe”, produzione Rai Fiction-Stranemani 2006.
Guardatevi un po’ questo frammento del film, a partire da 1’10” (subito dopo i titoli di testa) fino a 1’49”.
Secondo me Ortolani e gli altri sceneggiatori dovrebbero farsi pagare l’idea.
Ryuichi Sakamoto – BTTB
BTTB, ovvero “back to the basics”. Un ritorno al solo pianoforte, dopo l’incursione nel world-pop (da “Beauty” a “Smoochy”) degli anni precedenti, condotta con la consueta maestrìa. Un album spogliato di ogni orpello, malinconico e intimista, che evoca immagini di una Parigi autunnale (a me, che finora a Parigi ci sono stato giusto per qualche ora e non d’autunno).
Il ricordo legato a questo disco fu la data milanese del concerto in cui venne presentato. Vinsi due biglietti “aggratis” rispondendo ad un quiz estemporaneo, Snowdog si comprò un altro biglietto di cui dividemmo in tre la cifra e ci andammo io, lui e R.
Era la sera di un giorno feriale, il concerto si tenne all’Alcatraz di Milano, i cui arredi interni neri e cromati vennero per l’occasione illuminati solo con luci bianche. Sulla pedana il maestro con due pianoforti – di cui uno suonato in maniera poco ortodossa, facendovi a volte persino cadere piccoli oggetti sulle corde – e dietro di lui la proiezione di parole e frasi su uno schermo.
Trovai molto suggestiva l’idea di un concerto per solo pianoforte dentro una discoteca “spenta” e zittita di tutto il suo consueto rutilare di luci, “fumi e raggi laser” (cit).
Una musica assolutamente contrastante con l’ambiente in cui venne eseguita.
“Le discoteche sono come le chiese:
preti e dj si dannano l’anima per convincerci
che tutto va bene, tutto è bellissimo.”
- da “Tutti giù per terra”[1]
Sono arrivato ieri insieme a R. sotto il diluvio che ha inzuppato noi e lo scatolone di “10 cose” che stava nella mia auto da tempo.
Per la prima volta la postazione non è tecnicamente attrezzata da noi (col nostro “trashware”) ma è gentile omaggio dell’organizzazione. E non è davvero malaccio.
Poco dopo le 21 c’è stata la nostra presentazione pubblica, che si è risolta in una chiacchierata informale a tutto campo di oltre due ore. Non c’era una grande folla, ma spero che i pochi presenti siano stati soddisfatti nelle loro molte curiosità. Anche grazie all’aiuto della mezza dozzina di Wikip/mediani “di lungo corso” che hanno occupato le prime file e mi hanno dato man forte.
Alla presentazione ha fatto seguito il taglio della torta, preceduto da un momento in cui X. ha svelato un inedito volto da grande imbonitrice da fiera di strapaese, che ha coinvolto molte persone nel “quiz a premi” e nella “sfida del puzzle” preparati per l’occasione.
Stasera il tempo regge meglio, dal nostro stand se n’è appena andato Patrizio Roversi, che ha corretto la sua biografia su Wikipedia.
Niente pioggia, ma temperature più degne di novembre che di giugno.
Wikimedia Italia è ospite al Biografilm Festival di Bologna. Peccato per il tempo inclemente…
Si suol dire che “Google is your friend”, ma nemmeno lui riesce a rispondere alla domanda: “quante leggi sono in vigore in Italia?”.
La domanda sembra eludere ogni tentativo di risposta esatta, ci si deve accontentare di qualche stima [1] [2] che riesce a sbalordire, soprattutto se confrontata ad analoghe stime fatte sui corpus legislativi di altre nazioni a noi simili.
In effetti le rare volte in cui mi sono messo a guardare le leggi che regolano una qualsiasi attività o un qualsiasi argomento mi sono sempre invischiato in un ginepraio di norme che, partendo da enunciati di principio abbastanza semplici – cioè alla portata del mio buon senso di lettore inesperto – venivano quindi modificate, ritagliate e ingarbugliate, in alcuni casi stravolgendo quanto il buon senso iniziale andava a suggerire.
Sembra che questo grande numero (che non terrebbe comunque conto delle leggi locali) sia frutto di una stratificazione i cui livelli più profondi attingono persino al regno sabaudo.
Tale stratificazione crea un paesaggio confuso in cui spesso il legislatore ha ritagliato (in buona o in malafede) isole di privilegio ad hoc, nonché fessure in cui inserire lo scalpello dell’interpretazione personale di chi è chiamato di volta in volta a giudicare.
L’interpretazione personale di un giudice non è in sé cosa disprezzabile – soprattutto quando la realtà incalza il legislatore su temi che questi deve ancora affrontare – ma ha un valore concreto in quei sistemi in cui un precedente fa giurisprudenza (come negli Stati Uniti, per questo nei film americani i giovani avvocati si fanno il mazzo tanto studiando i casi precedenti passati in giudicato), cosa che in Italia non avviene.
Mi piace quindi l’idea che presto esisterà un organismo – addirittura un ministero – che si faccia carico di entrare in questa giungla armato di machete con l’intenzione di sfoltirla. Si tratta di un obiettivo concreto e abbastanza misurabile.
La bontà del lavoro di tale ministero sarà ragionevolmente facile da valutare: se le leggi verranno semplificate per ridurre le isole di privilegio, chiudere le fessure interpretative, ridurre il lavoro burocratico che ogni normativa porta con sé, semplificando la vita al cittadino e soprattutto al magistrato, che magari riuscirà a chiudere i processi in tempi che non facciano perdere senso al concetto di giustizia, allora il ministero avrà adempiuto alla sua missione.
Se invece le leggi che verranno semplificate serviranno solo a liberare le mani di faccendieri ed affaristi poco illuminati, allora saremo davanti all’ennesima presa in giro.
Il toto-ministri assegna questo ministero ad un mio conterraneo. Spero di essere smentito nel mio pessimismo.
L’ufficio anagrafe del mio comune di residenza mi manda un promemoria con cui mi informa che la mia carta d’identità sta per scadere. Per il rinnovo è sufficiente presentarsi con tre fotografie formato tessera identiche e recenti (segue tabellina con gli orari di apertura dell’ufficio anagrafe).
Non viene ricordato di portare con sé anche 5,42€ (diritti di segreteria).
Essendo il mio comune sprovvisto di stazioni (l’autobus di linea fa un paio di fermate nel tratto in cui la statale ne attraversa il territorio) non vi sono nemmeno le famose macchinette automatiche per fototessera mirabilmente descritte da Giorgio Gaber [1]: “… flash, flash, flash… trecento lire, in un minuto, un depravato.”
Sabato mattina vado dunque dal fotografo, che mi fa accomodare, aggiusta la luce e mi fa tre scatti con l’intenzione di scegliere quello meglio riuscito. Scegliamo l’ultimo – quello con gli occhi meno sbarrati – ed ecco che il fotografo, probabilmente inorridito da quanto su quella fotografia risaltassero le mie occhiaie, con tre colpetti di mouse fa sparire i segnacci, migliorando in maniera discreta ma percettibile i connotati del sottoscritto.
Il fotografo stampa il tutto, pago, esco e mi ritrovo a pensare che
1) credevo che queste cose capitassero solo a chi si fa fotografare e filmare di mestiere (a vario titolo)
2) dato che quelle foto – dove sono perfettamente riconoscibile – finiranno sulla mia carta d’identità, si può parlare di falso ideologico?
3) verrebbe quasi da parafrasare Gaber: “… click, click, click… quasi gratis, in due secondi, un redento.”
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