B – anno 2 numero zero.11
L’immagine di copertina è Daytime TV, realizzata e rilasciata con licenza Creative Commons da 4PIZON, che ringraziamo.
записки на манжетах ±ö± pensieri, parole, opere, omissioni discontinue
L’immagine di copertina è Daytime TV, realizzata e rilasciata con licenza Creative Commons da 4PIZON, che ringraziamo.
In Svezia il parlamento ha chiesto alle istituzioni soluzioni pratiche affinché musei e archivi di stato rendano i loro archivi fotografici disponibili al pubblico sotto una licenza libera.
La scorsa settimana s’è tenuta una prima riunione operativa a cui ha partecipato Wikimedia Sverige (da cui abbiamo avuto la notizia); l’intenzione è quella di pubblicare i materiali su database on-line con licenza Creative Commons.
“Altro che Wikipedia, questa è un’altra cosa ed è un esempio di collaborazione per valorizzare il patrimonio esistente” [1]
Che siano cose diverse, nonostante l’essere entrambe enciclopedie, è evidente.
Wikipedia è aperta – nel bene e nel male – al contributo di chiunque senza un filtro preventivo. La Treccani-on-line no.
Wikipedia vive di donazioni ed è gestita da una fondazione no-profit, Treccani è un’impresa commerciale.
Wikipedia esiste.
Ciò che temo non capiranno alla Treccani è che le due esperienze non devono essere viste in competizione tra loro.
Se Treccani sceglierà la licenza d’uso “giusta” per distribuire on-line i suoi contenuti, allora potremmo addirittura avere una prodigiosa sinergia tra le due esperienze [2], un altro bell’esempio di collaborazione che valorizza il patrimonio esistente e quello che esisterà.
“Wikipedia loves art” http://www.flickr.com/groups/wikipedia_loves_art/ è un’iniziativa promossa da musei statunitensi e britannici, che sponsorizzano un concorso in cui fotografare le loro opere e licenziare le foto con licenza libera.
In Italia le sovrintendenze si appellano ogni tre per due alla legge Urbani per ostacolare la diffusione su Wikipedia delle immagini che riproducono le opere d’arte da loro custodite.
Meno male che il resto il mondo la pensa diversamente.
Noi invece il nostro partimonio artistico facciamo di tutto per non valorizzarlo.
Grazie al Cruccone per la segnalazione.
“…del resto, mia cara, di che si stupisce?
anche l’operaio vuole il figlio dottore,
e pensi che ambiente che può venir fuori.
Non c’è più morale, contessa.”
Quando finii le scuole medie gli insegnanti furono unanimi nel consigliare ai miei genitori di farmi continuare a studiare. La scelta della scuola superiore che avrei frequentato cadde su un istituto tecnico anche per una ragione pratica: se per qualsiasi ragione non fossi riuscito a completare gli studi universitari – è difficile a 13 anni ipotecare con ragionevole certezza dieci anni di vita – un diploma di perito avrebbe avuto una migliore spendibilità sul mercato del lavoro rispetto ad una licenza liceale. L’equiparazione di tutti i diplomi di maturità rendeva possibile questa opzione.
In effetti, quando poi ho proseguito gli studi all’università, mi sono trovato ad arrancare su alcune materie più teoriche ed avvantaggiato in quelle più pratico-specialistiche, ma sono comunque più o meno fortunosamente arrivato in fondo.
Tale scenario (che ho condiviso con molti altri amici periti) è stato precluso nel 2003, quando il parlamento nazionale approva la legge 53, la cosiddetta “Riforma Moratti”, che prevede due distinti percorsi formativi per chi studia, uno finalizzato all’accesso all’università ed un altro, “professionale”, che si conclude dopo 4 anni.
Una riforma classista, atta a separare fin da subito chi dovrà arrivare ad una laurea e chi non potrà farlo de iure.
Messo un filtro all’università – nota fucina di potenziali cervelli sovversivi – ora tocca al resto degli ordini scolastici completare l’opera di preselezione attraverso le misure della cosiddetta “Riforma Gelmini”, una mannaia economica decorata con i vivaci motivi del maestro unico, dei voti e delle altre amenità anni ’50 a corredo.
Va detto che la ricetta Gelmini non esce dal solco tracciato da questo governo verso lo stato sociale: tagliare, tagliare, tagliare. Garantire un servizio ai limiti del minimo decente quando non al di sotto (4 ore di attesa nel pronto soccorso più vicino distante 15 Km, 33 giorni di attesa per un’ecografia, classi di 26 bambini alla scuola materna con orari incompatibili con gli orari del genitore che lavora, etc.) per il “volgo” e facilitazioni per l’”élite” che può – anzi, deve – permettersi l’opzione privata.
Nel frattempo – in attesa che le università finalmente scremate da tutti questi parvenu figli di operai tornino a produrre una Vera Classe Dirigente™ – assistiamo al progressivo svilimento delle lauree, oggi a volte manco buone per riuscire ad accaparrarsi un lavoro a progetto.
“Qualcosa di sinistra” significa anche intervenire per cancellare questa deriva classista della società italiana.
Segnalo una petizione interessante
http://www.firmiamo.it/liberazionedatigeografici
con cui un gruppo di editori trentini di Open Street Map chiede alla provincia di Trento di poter utilizzare i dati geografici in possesso della provincia ai sensi della licenza Creative Commons.
Giusto per non dover reinventare la ruota, almeno a Trento e dintorni.
Mi rifaccio alle informazioni presenti alla pagina http://knol.google.com/k/knol/knol/Help# e http://knol.google.com/k/knol-help/-/si57lahl1w25/13#.
Di primo acchito, ciò che noto come fondamentale differenza rispetto a Wikipedia è la “proprietà” delle voci: Knol vuole privilegiare l’autorevolezza delle fonti, quindi ogni voce di enciclopedia è firmata e “posseduta” da un proprietario, un po’ come i messaggi di un blog che hanno un autore principale, un padre-pardone, che decide se e quali commenti siano ammissibili.
In maniera analoga a quanto avviene con un blog, le voci di Knol sono firmate dall’autore originale, che può decidere con quale licenza pubblicarle (le licenze libere CC-BY-3.0 sono incoraggiate, ma non obbligatorie – è permesso riservarsi tutti i diritti) e se permettere ad altri di modificare il contenuto, con o senza moderazione. L’autore può scegliere di non permettere modifiche tout court, di permettere modifiche da lui moderate a priori o di permettere modifiche libere “alla wiki”. L’autore può anche nominare dei co-autori sulla voce, che avranno i suoi stessi privilegi.
I dati dell’account sono gli stessi del proprio account Google, per il quale nessuna verifica della reale identità dello scrivente viene eseguita.
Altra differenza sostanziale è la gestione dei punti di vista in conflitto. Knol non si pone il problema, semplicemente invita i portatori di diversi punti di vista a scrivere una propria versione della voce sull’argomento
…No problem, you can still write your own article. In fact, the Knol project is a forum for encouraging individual voices and perspectives on topics. As mentioned, no one else can edit your knol (unless you permit it) or mandate how you write about a topic. If you do a search on a topic, you may very well see more than one knol in the search results. Of course, people are free to disagree with you, to write their own knols, to post comments and ratings.
Non c’è problema, puoi sempre scrivere la tua voce. Infatti il progetto Knol è un forum che incoraggia le voci individuali e i punti di vista nelle voci. Come prima scritto, nessuno può modificare il tuo pezzo (a meno che tu non lo consenta) o darti indicazioni su come devi sviluppare un argomento. Quando eseguirai una ricerca su un argomento potrai trovare molto probabilmente più di una voce tra i risultati. Naturalmente le persone sono libere di non essere d’accordo con te, di scrivere le loro versioni, commentare e dare voti.
Questo significa che su argomenti controversi Knol raccoglierà una collezione di voci, ciascuna portatrice di un punto di vista specifico (ideologico, aziendale, politico…) che la maggioranza dei lettori andrà a promuovere o bocciare attraverso il rating. Sulla base dell’esperienza wikipediana mi aspetto di vedere quindi fiorire fazioni opposte (evoluzionisti/creazionisti – capitalisti/socialisti – etc…) che daranno vita a insiemi di voci separati, non essendo costretti a convivere in un’unica tribolata voce, come avviene su Wikipedia.
Pubblicità: per ora su Knol non se ne vede, ma Google non vive di donazioni. Senz’altro prima o poi compariranno degli AdSense correlati al tema dell’articolo visualizzato. Knol inoltre permette – seppur con limitazioni – un utilizzo commerciale del proprio spazio. L’azienda X, esperta di Y, può pubblicare esplicitamente un pezzo su Y in cui presenta il proprio punto di vista ed i mirabolanti vantaggi di X nel settore.
Altre lingue: per ora non ci sono, ma promettono che provvederanno presto.
Mia madre non smise di lavorare dopo avermi messo al mondo. L’avrebbe fatto qualche anno dopo, con la nascita di mio fratello. Fino ad allora, venivo svegliato al mattino e portato dai miei nonni, dove avrei passato la giornata (all’asilo ci andai poco, ma questa è un’altra storia). E dai nonni avrei continuato ad andare anche negli anni successivi, anche pernottando da loro, durante le vacanze scolastiche.
Al mattino io e mio nonno andavamo a fare una passeggiata lungo la valle risalendo il corso del torrente, in qualche rara occasione fino alle sorgenti, nel pomeriggio si giocava tra bambini nel cortile, allora sterrato, che ospitava anche due abeti. I soliti giochi da cortile di allora: nascondino, magolibero, moscacieca, palla avvelenata…
Il cortile era il cortile di un condominio popolare di proprietà di una fabbrica tessile adiacente, in cui negli anni ’50 lavoravano tutti gli inquilini che avessero conseguito la licenza elementare. La fabbrica fece la fine di molte altre durante la deindustrializzazione degli anni ’80: chiusa e fatta a spezzatino, per ospitare nella volumetria improvvisamente lasciata libera tante piccole imprese, più o meno fortunate. Agli inquilini del condominio fu offerta l’opzione di comprare gli appartamenti in cui erano vissuti fino ad allora.
Anche il condominio mutò il suo aspetto: prima giallo, poi bianco, poi dalle scrostature del bianco apparirono chiazze sempre più ampie del giallo precedente. Gli orti vennero spianati per costruire nuove case, gli abeti vennero abbattuti, lo sterrato asfaltato, lo spazio del cortile dimezzato dalla realizzazione di tanti box auto. Cambiò anche la composizione sociale dei condòmini: credo che mia nonna sia stata la prima in famiglia a sperimentare la multietnicità quotidiana e l’ha fatto con uno spirito di tolleranza e apertura che ha dato un sacco di punti a tanta gente (soprattutto in queste zone).
Da quando mia nonna è scomparsa l’appartamento è rimasto vuoto. Le rare volte che passo da quelle parti mi fa uno strano effetto l’idea che non c’è più nessuno a legarmi a quel luogo. Anche se il mondo evocato dai miei ricordi è scomparso da molto tempo.
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