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la teoria del periodo-finestra

30 luglio 2010 (22:16) | dischi, varie ed eventuali | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Sono abbastanza convinto che nella vita di ognuno di noi ci sia un periodo-finestra per la musica leggera che va grossomodo dall’età di 15 anni all’età di 30 anni.

Tutta la musica leggera con cui entriamo in contatto nel periodo-finestra è “fondamentale”, “fantastica”, “mitica”, “geniale”, “eccelsa”, “inarrivabile”. Ogni generazione crede la musica del proprio periodo-finestra sia stata l’ultima fatta con passione e arte, prima di cedere al (orrore!) “commerciale”. E a cicli di vent’anni viene rivalutata, perché ora che sei sull’abbondante quarantina ed hai un potere d’acquisto un poco più solido, è cosa buona e giusta far leva sulla memoria per venderti versioni rimasterizzate, ristampe, rarities e cofanetti che a vent’anni erano fuori dalla portata del tuo budget.

Tutta la musica che è precedente al periodo-finestra è “vecchia”, “ingenua”, “seminale-ma-non-ancora-azzeccata”, “una barba”, “infantile”. Anch’essa viene rivalutata a cicli di vent’anni, e ogni volta che passa per radio pensi che ti fa sempre due marroni così oggi come allora e non ti darà scampo finché vivi.

Tutta la musica successiva al periodo-finestra è “una-patetica-imitazione”, “incomprensibile”, “senz’anima”, “poco originale”, “venduta”, “artificiale”. E ovviamente non sfugge al ciclo ventennale di celebrazioni più o meno postume, portate avanti a colpi di boy-band imbolsite e spice girls imborghesite.

be careful what you wish for

14 settembre 2009 (16:29) | wikiverso | :: G. :: | 7 commenti

Ogni volta che leggo sulle varie mailing list wiki[p|m]ediane in giro per il mondo di contatti, collaborazioni, persino finanziamenti pubblici ai vari chapter nazionali di Wikimedia sparsi sul pianeta vorrei tanto che le istituzioni nazionali si interessassero di più a Wiki[p|m]edia.

Poi faccio mente locale sulle raccomandate di legali di parlamentari, europarlamentari, ministri, sindaci, personaggi assortiti che mi sono state recapitate durante il mio mandato da presidente e giungo alla conclusione che di attenzione ce ne dedicano più che a sufficienza. Senza ovviamente capire nulla né del mezzo, né di come funziona, né di come andrebbe usato.

Il culmine del parossismo è la causa per 20 milioni di euro di cui ci racconta Frieda, intentata nonostante – come scrive ToobyWikimedia Italia non c’entra niente con Wikipedia, si limita a promuovere il marchio e basta: è come se un giorno comprassi della Nutella avariata e invece di fare causa alla Ferrero facessi causa a Mediaset che ne ha trasmesso la pubblicità.

L’unico che pareva averci capito qualcosa è stato Fiorello Cortiana. Peccato che non sieda più parlamento.

Aggiornamento – un sacco di pareri:

Paul the Wine Guy qui, Ignis qui, Giacomo Dotta su Webnews, Leoman3000 qui e .mau..

Giacomo Dotta approfondisce ricollegandosi all’Internet Manifesto.

Si aggiungono anche Kiado, Punto Informatico, Tom’s Hardware, EdoM, Aubrey.

In diversi hanno ri-tumblrato PTWG, tra di loro The Hanged Man, Emmanuel Negro.

Alcuni stanno scrivendo ad Angelucci tramite il sito della Camera.

Ne parlano inoltre Mantellini, Civile.it, OneWeb2.0 Armando Leotta, Alessandro GilioliStefano Quintarelli, 0.2, Tiziano Caviglia, Nicola Mattina, Stefano Scardovi, Nick, SbisoloGiornalettismo, Aviatore sopra il mare, Zeus NewsVittorio Zambardino, Gigi CogoGiorgio Marandola, DracoSnowdog e LaPizia. E senz’altro ancora qualcuno che mi sono perso per strada (apologies).

Gianfranco interviene su en.wiki (anche nella talk di Jimbo).

do you speak english, then?

20 novembre 2008 (21:50) | dischi | :: G. :: | Lascia un tuo commento

O.N.A. – Modlishka
[pl:wp]

Ogni volta che vado in un altro paese cerco di procurarmi qualche esempio di musica del posto. Nell’estate del 1996 ero di transito all’aeroporto di Varsavia, di ritorno dalla Bielorussia. Eravamo andati Brest’ a trovare la scolaresca di cui all’epoca faceva parte anche Ljuda.
Non so bene perchè si scelse di attraversare il confine tra Polonia e Bielorussia via terra, anziché prendere un aereo per Minsk. Tra la chilometrica coda dei TIR, gli orari di chiusura del valico di frontiera e il tempo materiale di vidimare i passaporti e ispezionare i bagagli, sia all’andata che al ritorno attraversare la frontiera ci portò via circa tre ore.

Ingannando l’attesa del volo di ritorno, all’aeroporto trovo un negozio di dischi. Non avendo idea del panorama musicale polacco decido di chiedere consiglio ai ragazzi dietro al banco. Mi rivolgo a loro in russo, chiedendo anzitutto loro se parlano russo. La loro risposta è un asciutto “niet”. In effetti, rivolgersi a dei polacchi in russo negli anni ’90 probabilmente è un po’ come rivolgersi a dei polacchi in tedesco negli anni ’50: non c’è da attendersi grande entusiasmo.
Replico immediatamente “do you speak English, then?” e ottengo da loro un attimo di sorpresa (vuoi vedere che questo tizio non è russo?) e in risposta un “yes, but… лучше по-русски”. Meglio in russo. “Хорошо”. Va bene, come preferite.
A questo punto dico loro che sono italiano (ho l’impressione che sia meglio specificarlo), che non conosco la musica rock polacca, che preferisco le voci femminili e che sarei loro grato se mi consigliassero qualcosa.

Devo dire che m’hanno consigliato abbastanza bene. È un rock un pochetto più duro della musica che ascolto abitualmente, ma la voce di Agnieszka Chylińska non è affatto male.

per ogni volta che…

6 novembre 2008 (18:08) | wikiverso | :: G. :: | 2 commenti

Per ogni volta che vi è servita,
per ogni volta che vi ha incuriosito,
per ogni volta che vi ha fatto incazzare,
per ogni volta che avete corretto quell’odioso errore di battitura che era sfuggito a tutti quanti prima di voi,
per ogni volta che avete scritto delle zizze di Antonietta e del coro in cui cantate,
per ogni volta che cliccando su “una pagina a caso” siete finiti sulla pagina di uno sperduto comune della Francia,
per ogni volta che avete trovato argomento, grammatica e stile ben curati,
per ogni volta che avete trovato argomento, grammatica e stile da spavento,
per ogni volta che vi ho bloccato senza prima avvisarvi che stavate facendo troppo i pirla,
per ogni volta che la vostra paginetta è stata riempita di avvisi di vario tipo,
per ogni volta che dopo avete cliccato su “discussione” o su “modifica”,
per ogni volta che vi sembra strano che sia gratis e vi siete chiesti “chi c’è dietro davvero”,
per ogni volta che vi siete chiesti chi ce lo fa fare,
per ogni volta che vi siete chiesti chi ve lo fa fare.

Venite a darci qualcosa, bastardi (cit.) – anche solo un euro.

Quel bottone azzurro lì a fianco non ce l’ho messo per bellezza, e se proprio siete pigri, cliccate qui: http://wikimediafoundation.org/wiki/Donate/it

Grazie.

il pensiero molesto

24 ottobre 2008 (16:41) | lavoro | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Complice una relativa tranquillità, più volte nelle ultime settimane mi sono ritrovato a pensare che sì, in fondo, potrei mettermi l’anima in pace e adattarmi a lavorare nel mio attuale posto.

Per fortuna ogni volta è poi successo qualcosa che mi fatto ricordare perché desidero andarmene.

best before

2 settembre 2008 (16:29) | wikiverso | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Sto per scadere. Meglio, sta per scadere il mio mandato da presidente di Wikimedia Italia. Purtroppo è andato a coincidere con un anno abbastanza sfigato della mia recente vita, l’anno in cui ho dato il mio personale contributo alle statistiche nazionali su esuberi occupazionali, salute, precarietà del lavoro e contrazione del potere d’acquisto dei salari. Tutto ciò non è da leggersi come una scusante, ma è senz’altro qualcosa che è andato a influenzare negativamente il mio rapporto con l’esistenza in genere e l’impegno che ho potuto dedicare all’associazione.

Si chiude un anno di “esplorazioni” ad ampio raggio, dopo il quale credo anch’io sia opportuno che ridefiniamo i nostri obiettivi.

Sul fronte esterno, Wikipedia non ha più bisogno di essere promossa e fatta conoscere al pubblico come negli scorsi anni, ormai se la cava benone da sola. Varrà la pena secondo me di puntare ad operazioni più mirate (le scuole, per esempio) o più leggere (seminari, convegni…). Portare in giro per l’Italia lo stand penso possa essere fatto giusto un paio di volte l’anno, facendo in modo che anche per noi sia un piacere il ritrovarci per farlo. I wiki-gadget non sono la missione di Wikimedia Italia e per piazzarli possiamo dare maggior risalto all’e-shop (un grazie a Gvf e banda che se ne occupano in concreto).
Abbastanza deludenti tutte quelle iniziative che – in buona fede o meno – hanno cercato di “trainare” la comunità wikip/mediana attraverso l’associazione. È una lezione che già conoscevamo e che dobbiamo tener presente ogni volta che qualcuno salta su con la proposta di “fare qualcosa insieme”.

Sul fronte interno credo invece che dovremo cercare di concentrarci sull’ottenere uno status legale che incentivi le donazioni (ONLUS o altro); è una priorità che anche Wikimedia Foundation ci chiede.
Altra cosa che ci servirebbe – brutta a scriversi? – è del sano lobbying. Da soli o insieme ad altre realtà affini a noi, verso le quali siamo sempre stati un pochino troppo tiepidi, perseguire presso le varie autorità nazionali e locali i nostri obiettivi statutari (il “sapere libero”) e l’autosufficienza economica finalizzata (sarebbe bello) ad avere una sede fisica ed un ufficio in cui qualcuno si occupi del “lavoro sporco” dell’associazione.
Ben vengano inoltre tutte le “virtualizzazioni” delle nostra attività – tra cui il voto elettronico, ad esempio. Ho spesso avuto l’impressione che non riusciamo (pare sia colpa anche del codice civile) a sfruttare pienamente le libertà e le flessibilità del mezzo elettronico attorno al quale gravitiamo.

Come l’anno scorso, l’imminenza dell’assemblea scalda gli animi e produce discussioni e aspettative. La speranza è che non sia tutta schiuma, ma resti qualcosa.
E se anche sappiamo che ci sono ancora tantissime cose da fare, ricordiamoci che abbiamo appena compiuto tre anni: abbiamo imparato a parlare, a camminare e a farla nel vasino…

Firenze, FC07

30 ottobre 2007 (21:27) | luoghi, wikiverso | :: G. :: | 4 commenti

http://www.festivaldellacreativita.it/

Alla Fortezza da Basso di Firenze c’eravamo anche noi, e ne è assolutamente valsa la pena.

Il nostro stand, insieme ad altri dedicati al software libero, s’è trovato accanto a quelli di facoltà di design, scuole d’arte, installazioni artistiche interattive, etc… tanto ottimo e abbondante cibo per la mente.

E anche se gli ultimi mesi sono stati piuttosto faticosi, constatare ogni volta quante persone conoscono e apprezzano apertamente il nostro lavoro ha sempre un effetto rinfrancante.

Mi sono anche portato a casa un bel volume di esempi di arte del design applicata al dissenso politico e sociale, da cui cito questa frase:

“chi rende impossibile la rivoluzione pacifica, rende inevitabile quella violenta.”

Non lo dice Osama Bin Laden, l’ha detto John F. Kennedy, nel lontanissimo XX secolo.

l’imperatore è un cannibale solitario

21 ottobre 2003 (00:01) | parole altrui | :: G. :: | Lascia un tuo commento

di MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN
Letto nella versione spagnola dall’autore il 30/05/2002 presso la Basilica di Massenzio di Roma, nell’ambito del Primo Festival Internazionale delle Letterature.

Di tutte le solitudini che si possono comprendere e connotare, dalle più essenziali alle più fisiche, riconosco Signor Imperatore che nessuna supera la Sua, posta all’apice della globalizzazione, all’inizio della distanza più breve tra Disneyland e il sole. Solitudine accentuata dal fatto che Lei è stato scelto da una minoranza di sudditi, decisione attribuita alla negligenza dei cittadini, ma che forse, tenuto conto dei Suoi meriti, bisognerebbe attribuire all’immensa saggezza spontanea delle masse, con l’esperienza di oltre un secolo d’impero, tempo sufficiente per verificare come il ruolo dell’imperatore dipenda dal potere economico che lo finanzia e dalla capacità del personaggio di recitare la parte.

Lei incarna, al livello più alto, la solitudine del politico, raddoppiata fin dal periodo tra le due guerre, non importa quali esse siano, quando i professionisti della cosa pubblica diventarono portavoci del potere economico e per conoscere un po’ meglio il futuro non è tanto utile conoscere il nome del nuovo imperatore quanto quello dei suoi patroni. Durante il periodo tra le due guerre, il sistema schiacciò la capacità rivendicativa dei nemici dell’impero e, durante una delle guerre più lunghe, venne annientata la coscienza politica realmente alternativa a quanto potevano rappresentare i valori riconosciuti come i più eterni. Si impose via a via l’evidenza dei limiti del cambiamento e del ruolo di delegati del potere economico e tecnico-militare che i politici avevano detenuto a ogni livello, fino a quello più alto, quello dello stesso imperatore. Ricordo, Signore, che nella mia gioventù contestataria era di estrema importanza leggere analisi politiche in cui si dimostrava come fosse più utile giocare a golf con l’imperatore che essere un suo votante. Gli imperatori giocano a golf con il potere economico e culturale legato agli apparati ideologici, informativi e dirigenti televisivi. È questa la vicinanza che conta poiché isola nei migliori greens l’immaginario del potere politico senza staccarlo dai suoi padroni.

Così si spiega che certi infradotati non solo per la politica ma addirittura per la conversazione siano diventati imperatori senza che avvenisse alcuna catastrofe galattica. Di alcuni di essi si diceva fossero incapaci di fare due cose insieme, per esempio, scendere una scala e masticare gomma americana. Non erano leggende o calunnie. Uno degli imperatori più transitori cadeva dalle scalette degli aerei ogni volta che si ostinava a scenderle senza smettere di masticare la sua gomma. Gli imperatori sono di solito busti parlanti solitari e intorno a loro si muovono due generi di esseri: esperti autosufficienti recrutati nelle sfere più alte del sapere e collegati a tutti gli apparati del potere reale, quello economico e quello militare, e borsiste un po’ cicciotte avide di comunicazione orale. I redattori di agiografie scrivono che vi fu qualche imperatore più notevole degli altri, a seconda di quando recitasse bene la sua parte, fatto non sempre ovvio, talvolta omologabile secondo le migliori tecniche della scuola di Stanislavskij o del controllo naturalistico di Sir Lawrence Olivier.

Lei venne eletto perché il suo rivale era un po’ palloso, più adatto a fare il presidente di un qualche ordine di avvocati ricchi che a fare l’imperatore. Inoltre, negli ultimi tempi era ingrassato troppo e i retroscena della sua candidatura si erano resi evidenti fin da quando era nato o dalla sua iscrizione a Harvard. Soltanto Lei poteva aspirare a presiedere quest’impero, e ora, perché in ogni altro luogo del mondo, senza Suo padre e senza la Sua lobby, si troverebbe a vendere il pop-corn negli stadi o alle corridas. Lei, Imperatore, non apparteneva neanche alla razza di quelli che cadono dalle scale quando masticano gomma americana, ragion per cui i suoi consiglieri non La lasciavano scendere le scale e ancor meno masticare gomma, neppure quando queste cose le faceva una alla volta. E non la lasciavano neanche sbocconcellare salatini, ma Lei se li nascondeva nelle tasche e nei cassetti più segreti delle stanze imperiali e si procurava minuti di assenza per mangiarli, pensando solo al curioso senso del sale: salare le cose.

Qualche giorno prima delle elezioni, emerse dalle gole e dai cassoni più profondi, il ricordo di Lei, non più tanto giovane, ormai quarantenne, che assumeva droghe proibite e sopratutto la più convenzionale di esse, l’alcol. Arrivarono a ritirarLe la patente di guida; poi si rigenerò quanto basta per uscire dalla sua crisi da quarantenne e trovare un posto di lavoro e uno stipendio come vicerè di una provincia importante dove si dedicò a spedire alla sedia elettrica i perdenti sociali che, per via delle loro stesse carenze o tossicodipendenze, non ebbero a loro disposizione materassi per addolcire la caduta. Nel giustiziare la vittime del sistema con tanta facilità di colpire, saggiamente, Lei sterminava quell’altro io che si ubriacava per dimenticare la Sua stessa mediocrità e che la Sua identità dipendeva esclusivamente dal fatto di chiamarsi come Suo padre, il vecchio imperatore in grado, lui sì, di scendere le scale e masticare gomma tutt’insieme, ma non di farsi la barba mentre cantava e nemmeno di cantare mentre si faceva la barba.

No. Voi non eravate candidati entusiasmanti, come ragionava assai bene Woody Allen in un acuto articolo pre-elettorale, anche se quel gran castratore di malinconie proprie e altrui tendesse per votare, senza speranze, in favore del Suo rivale. L’elezione del presidente degli Stati Uniti, nonché Imperatore per il rimanente universo, esclusi alcuni pochi Stati in transizione storica o con senso dell’umorismo, era già stata decisa e ora appartiene al libro in cui tutto è scritto, in cui si attesta come Lei, appena seduto sul trono, tirasse fuori alcune delle sue migliori carte di governo, quasi tutte ereditate dall’équipe di suo padre che del resto non erano strettamente dell’équipe di suo padre. Perché Voi due appartenete a quel genere di imperatori poco dotati per l’analisi politica e dipendenti da quelle che un tempo si chiamavano lobbies o gruppi di pressione e che ora non sappiamo come nominare in quanto la rivoluzione conservatrice, così urgente e generosa, non ha trovato il tempo per correggere tutti i truci eccessi significativi della sinistra. Propongo che lobbies e gruppi di pressione si chiamino Organizzazioni Non Governative di Agenti di Interazione Extraparlamentare.

Tra tutte le nomine, la più appariscente fu quella di un Visir degli Affari Esteri nero. L’appariscenza del colore della sua pelle si offre a diverse letture, ma nessuna di esse evidenzia che il suo comportamento in quanto protettore della politica estera sarebbe stato diverso da quello di un generale in pensione anche se bianco. La condizione di perdente simbolico non presuppone solidarietà con i perdenti: abbiamo già visto che Margaret Thatcher fu un capo del governo durissimo, mai affetta della benché minima dose di femminismo. Anche se la Thatcher ci avvertiva delle sue intenzioni ogni volta che usciva dal parrucchiere coronata da una permanente non meno incorrotta del braccio di santa Teresa, il suo visir ex generale e nero ci aveva già fatto capire durante la Guerra del Golfo che cosa significhi la nuova logica bellicista del sistema intesa a eliminare la disoccupazione mediante la tecnoindustria armamentista. Il Suo ministro degli Esteri venne definito un eroe di quella guerra, di quella prodigiosa commedia militare mediatica zeppa di spie e cormorani infiltrati, prima dimostrazione di come, nelle guerre avanzate, a morire sia soltanto il nemico e di come il disordine internazionale indossi la maschera del suo contrario. Il Suo visir aggiunge la volontà di far sì che le guerre non vengano chiamate guerre e siano trasmesse in diretta dall
a CNN a condizione di non mostrare né i cadaveri né le distruzioni che i buoni possono infliggere ai cattivi. Nemmeno i neri dell’Africa Equatoriale, è un modo di dire, devono quindi fidarsi del fatto che l’Impero ha un uomo favorito nero, nel caso che chiamarlo così sia politically correct.

A voler credere a quanto hanno scritto sul Suo conto i Suoi sudditi più immediati, veremmo colti da un’incurabile insonnia, e a voler trarre facili interpretazioni dai Suoi gesti e parole quando appare in pubblico, potrebbe scaturire un panico universale collettivo con susseguenti domande di asilo politico persino in Cina. Insicuro e irrilevante, Lei riproduce il prodigio paterno ed ecco apparire il mistero per cui due personaggi tanto insignificanti e simili siano diventati imperatori. Teologi neoliberisti inculcarono in Voi l’ubbidienza cieca a una politica decisa ad abbassare le tasse, privatizzare quanto non era stato ancora privatizzato, mettere freno alla sanità pubblica e appoggiare la scuola privata, bloccare economicamente l’Onu costringendola a piegarsi del tutto agli interessi strategici dell’Impero, aumentare il budget per la Difesa, non collaborare al tentativo di costringere le industrie a una pulizia ecologica per non frenarne la produttività, dare un taglio all’immigrazione dei dannati della Terra ritenuti uno dei pericoli atti a disidentificare l’Impero, fermare la campagna per bloccare la vendita di armi ai privati, e indurire la politica repressiva contro la delinquenza, senza fare quasi nulla per ottenere un reinserimento sociale servendosi invece di sedie elettriche e fosse comuni.

È come se i suoi mentori Le avessero consigliato di copiare un catalogo della reazione moderna o di prendere sul serio un film satirico sul comportamento del perfetto principe della destra tendente a destra. Mancava soltanto che un gruppo di terroristi gassosi, nel nome di Allah, si dedicasse a bombardare le torri più alte dell’Impero, perché Lei fosse costretto a programmare una guerra non meno santa e pertanto non meno terroristica. Noi, tutti i suoi sudditi, siamo stati a guardare come l’imperatore infieriva un po’ di più sul popolo afghano e annunciava una crociata incontinente contro i centri del terrore, utilizzando a tale scopo bombe atomiche dagli effetti limitati e bugie dagli effetti illimitati. Non era stato espressamente detto che uno Stato imperiale potesse creare un Dipartimento di Bugie per disorientare non soltanto i nemici, ma persino gli alleati, il che ci spinge a esortare il genere umano a una meditazione sulla relatività dei valori politici e persino storici passati attraverso i filtri delle bugie necessarie. Abbiamo sempre giudicato molto negativamente Nerone in quanto, si dice, incendiò Roma per incolpare i cristiani. E nemmeno Caligola si è fatto buona fama nominando proconsole il suo cavallo preferito.

Quasi duemila anni dopo, il nostro imperatore crea un Dipartimento di Bugie Cosmiche, e noi restiamo nella stessa abulia di prima. Tra il sinistro e il comico, la condotta politica dell’impero non riesce ad accedere al tragicomico, e resta sinistra e comica. Abulia specialmente malinconica, quella dell’Europa, dove il vicerè inglese e il suo collega tedesco si dedicano a segnare la distanza tra l’Europa del Nord e quella del Sud, nel pregiudizio che noi spagnoli, italiani, greci e portoghesi siamo arrivati in Europa sulle carrette dei mari molti, moltissimi anni fa. Vero o falso? Se l’europeismo viaggia attraverso una doppia via interiorizzata, non viaggia attraverso nessuna via esterna. Sbarcato nelle Filippine l’esercito imperiale, quasi sbarcato anche in Colombia e minacciati di sbarco l’Iraq, l’Iran e la Somalia, si tratta di sbarchi veri o finti? Fu vero o falso che Le andò un boccone di traverso e quasi perse conoscenza a causa di un salatino? O forse, troppo fiducioso nelle Sue possibilità, masticò e pensò allo stesso tempo? Non insisto sui miei dubbi a proposito di quanto è verità o bugia, perché anche se l’ufficio delle smentite imperiali ci ha detto che sono finite le doppie o finte verità, quel che ci ha detto è verità o bugia? Verità, bugie, video in cui si riprende non già la fine della festa del XX secolo, ma l’inizio dell’esilarante banchetto insanguinato in cui si sta trasformando il XXI, un secolo in cui i grand guignol ci avvicinano di più alla realtà che non le presunte immagini reali e, primus inter pares, il grand guignol dell’imperatore.

Mi spiace, ma essendo stato educato in tempi di espiazioni e repressioni, sono diffidente e il peggio che possa capitare a un diffidente è che il Dipartimento di Stato dell’Impero gli stia mentendo persino quando gli comunica che ha smesso di mentire. Era mio proposito far scomparire il mio personaggio letterario, il detective privato Pepe Carvalho, testimone storico che sembrava privo di funzioni davanti alla fine decretata della Storia. Ma in un mondo in cui Lei è potuto diventare imperatore, non si può separare la politica dal delitto. Non possiamo privarci di Carvalho, della sua nauseata malinconia nata in un qualche momento della Storia, non so quale, in cui il detective aveva scoperto che la Creazione fu un precipitoso pasticcio per cui tutto quel che è vivo deve mangiarsi tutto quel che è vivo, senza escludere la pratica del cannibalismo come un eccesso del senso ludico della gastronomia. Non si tratta di un problema di vita o di morte del personaggio, bensì di un riciclaggio professionale: alla sua età, Carvalho non può più pretendere di essere un atleta sessuale giapponese né un uomo contundentemente aggressivo. Sto studiando la possibilità di farlo entrare in una ONG, Detectives senza Frontiere, apertamente opposta all’ONG egemonica, Finanzieri senza Frontiere.

Fortunatamente, Maestà, Lei è riuscito a non morire soffocato da un salatino ritornando quindi, se non alla lucidità, almeno alla bella cera. Verificato che è al di sopra della razza degli imperatori che non riescono a masticare gomma americana e scendere insieme una scala, senza essere tuttavia tanto abile da rubare il portafogli a se stesso, cosa che riusciva in modo così magistrale a Richard lo Sporco. Appena ritrovata la lucidità, ha dichiarato che l’Impero non dirà più le bugie, nemmeno ai suoi alleati, nemmeno a Javier Solana, ma non ha detto nulla sulle bugie che già circolano sul mercato della verità senza sembrare bugie. Peggiore della bugia è la non-verità, come già avevano tentato di dimostrare alcuni filosofi della Scuola di Francoforte. La capacità di non-verità dell’Impero attuale supera quella di qualsiasi altro Impero precedente.

Rimangono ancora dei sospetti sull’antrace e sullo stesso Bin Laden. Verità o bugia? L’attacco con l’antrace durò appena quanto basta per denunciare l’esistenza di un nemico interno che doveva essere sconfitto all’esterno E Bin Lden potrebbe ben essere un design virtuale, alla maniera di una superazione subliminale di Attila, del Gran Khan, Fu-Manciù e del Dr No. È vero che il capo dei taliban, pur essendo guercio, riuscì a scappare su una Lambretta, è un esempio, o si tratta di un alibi per giustificare l’accresciuto budget militare dell’Impero? Siamo sul chiarissimo terreno che distingue la Verità dalla Bugia, senza entrare ancora in quello della Non-Verità piena, come il processo a Milosevic.

Mentre il truce barbaro serbo fu l’accusato, fece parte del scelto mercato delle verità dei più potenti media dell’impero, ma scomparve come merce informativa appena diventò l’impugnatore di un tribunale tanto militante, ridicolizzando la sua insufficiente presidentessa, oltre che accusatore di coloro che l’accusano e che in un qualche momento della loro vita e della nostra storia lo aveva appoggiato in quanto statista imprescindibile. A cominciare fu la CNN, determinante nel fissare il canone della verità dell’Impero, ignorando il processo dell’Aja e, disciplinati, tutti i media leccapiedi fecero black-out e partirono in cerca di un altro fronte della Libertà Durevole, una Non Verità enunciativa che maschera l’ambizione lirica di
un imperatore solitario che solo governa per davvero sul territorio in cui clandestinamente conserva i salatini e immagina sedie elettriche globali al servizio di consegne poetiche che oserei definire precolombiane, chiaramente cheyenne, come per esempio: Libertà Durevole. Durevole non si sa quanto a lungo, perché nella sua solitudine, l’Imperatore ha visto con molta chiarezza cose che non sono vere.

restore hope

27 marzo 2003 (01:01) | notizie | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Baghdad è sotto le bombe liberatrici. Che bello potersi schierare per la pace da qui, al caldo, al sicuro.

Osservo i megaliti celtici, le piramidi, le rovine di Delo, il Colosseo, Ek-Balam, le foto di Berlino bombardata nel 1945. Nessuna cività finora, per quanto ferrea e sicura di sé, ha vinto la sfida dell’eternità.

Quando qualcuno prima o poi verrà a farsi giustizia, non avrò tempo, non avrò modo, non saprò la lingua giusta per spiegare chi sono, che ho fatto, come la penso. Non avrò il tempo e il modo di spiegare che ho vissuto in una società del cui benessere ho sempre goduto sentendomi impotente davanti alla complessità dei suoi meccanismi e provando, solo ogni tanto, un po’ di colpa. La mia pelle parlerà per me e dirà poco, ma quel poco sarà sufficiente per chi vorrà trarre le proprie conclusioni. Complici vigliacchi degli ex padroni del mondo, allora pagheremo caro e pagheremo tutto.
Ho la pelle bianca ed ho avuto un’educazione cattolica, sono schierato anche non volendolo, il mondo in cui vivo si è schierato da sé.
Mi verrà data la stessa pietà che oggi le mie bombe concedono a chi se le becca in testa. Se non io, chi verrà dopo di me.

Siamo ancora a tempo, noi che viviamo nella parte ricca di questo mondo, a cambiare ? O tutti i cicli della storia sono un’ineluttabile legge fisica ?
C’è chi sta combattendo per difendere il proprio diritto a sfuttare la maggior parte delle risorse del pianeta, pur rappresentando meno di un decimo dell’umanità – e che gli altri si fottano. Come ogni volta, tra le vittime di questa guerra c’è anche la capacità dell’uomo di dimostrarsi qualcosa di più di un animale predatore.

Landmannalaugar – Þórsmörk

20 agosto 1998 (00:01) | luoghi | :: G. :: | 2 commenti


20.VIII.98 14:00
Sono partito in orario, alle cinque e mezza, e fino alla costa normanna si è potuto sbirciare tra le nuvole, poi un tappeto unico di nubi bianche ha nascosto il mare sotto di noi finché da esso non sono sbucati i ghiacciai del sud dell’Islanda. Cominciamo a scendere, cielo terra e mare fanno a gara a chi cambia colore più in fretta, verde, grigio, bianco, blu, nero, ruggine. Il pilota sbaglia l’approccio alla pista invasa dalla nebbia e si risale per poi tentare nuovamente e riuscire ad atterrare.

L’autobus, praticamente vuoto, mi porta fino a Reykiavík lungo una strada che attraversa campi di lava nera spruzzata di licheni ed erba. Pioggia leggera in cielo, neanche un albero a terra. E questa è la cosa che più mi sorprende.

Trovo il terminal degli autobus interni, trovo l’ostello, trovo l’ufficio della Ferðafélag Íslands ed il supermercato per fare la spesa. Gli islandesi sono di una cortesia estrema. Ho già perso il biglietto giornaliero dell’autobus.

Ora sono rientrato in ostello, ho fatto fin troppo presto. Aspetto che aprano le camere, così sistemo lo zaino. Domani mattina parto per Landmannalaugar.

Ho iniziato a tenere il conto delle spese, ma poi ho deciso di lasciar perdere. Starò attento a non esagerare. Non posso farmi venire mal di stomaco ogni volta che tiro fuori la carta di credito.

21.VIII.98 14:15
Mi sono svegliato poco prima delle sette, come da programma. Vado in bagno e mi accorgo troppo tardi che avrei dovuto portare con me la chiave della stanza per potervi rientrare. Scendo a chiedere una nuova chiave alla reception, ma la reception apre alle 8, mica dovrò starmene in mutande nell’atrio dell’ostello per un’ora ? Per fortuna qualcuno rumoreggia in cucina, busso, spiego quanto è successo ed ottengo la chiave ed un sorriso divertito.

Alla fermata dell’autobus un ragazzo tirato a lucido (giacca e cravatta, quantomeno strano di fronte ad un ostello pieno di gente con zaini, scarponi e tute da ginnastica) attacca discorso mentre aspettiamo. È spagnolo, di Madrid, è a Reykjavík per lavoro, va ad una conferenza di biochimici per presentare un lavoro sui prioni (“crazy cow, tu sabes“).

Parto per Landmannalaugar accompagnato dalla stessa pioggia leggera di ieri. Uscendo dalla capitale, saliamo su un altopiano e poi scendiamo a Selfoss, quindi Hella, quindi il deserto marziano. Il pullman si muove su una pista che attraversa spianate di sabbia nera tempestata di qualcosa di verde che da lontano sembra erba e da vicino si rivela essere muschio e lichene. Costeggiamo colate laviche e attraversiamo torrenti, dopo un paio d’ore, superato il lago di Frostastaðavatn, in mezzo ad una enorme spianata che sembra essere il letto di un fiume dal corso e dalla portata apparentemente molto variabili, appare il rifugio di Landmannalaugar, circondato da montagne di pietre rosse, gialle, ruggine e perfino verde-blu.
Landmannalaugar

Il cielo è coperto, non piove, con un maglione addosso non si sta male.

Sistemo la mia roba sulla branda. Di sotto una signora italiana sta sottolineando tutto ciò che non le piace (“la prossima volta stai a casa tua”, penso). Vado a fare il bagno nella pozza della sorgente calda vicino al rifugio. Ci si sta troppo bene dentro. L’acqua è letteralmente scaldata dal fondo della pozza, se tocchi il fondo e lo scuoti con la mano, più scendi più senti caldo, al punto che devi smetterla se non vuoi scottarti.

Conosco Manni, un islandese che parla italiano e sta facendo da guida proprio al gruppo di italiani a cui appartiene la signora di prima. Un eroe, insomma. Venendo a sapere che sono diretto a Þórsmörk e quindi a Skogar, mi dà qualche dritta sul percorso e, dal momento che loro stanno rientrando in città, mi riempie lo zaino di roba da mangiare, frutta compresa. Un vero Babbo Natale.

21.VIII.98 17:00
Sono appena rientrato da un breve giro nei dintorni che mi ha portato in mezzo all’immenso letto del fiume ed poi sulla cresta della Bláhnukur, una collina di friabilissima roccia color verde turchese. Per la prima volta il tempo è cambiato in peggio, dopo una fugace schiarita una nube bassa bagna tutta la zona di una pioggia lieve. Nonostante questo (o, forse, proprio per questo) qualcuno continua a starsene a mollo nella pozza calda.

21.VIII.98 18:00
Compagni di stanza italiani salvano la reputazione nazionale. Non siamo tutti antipatiche signore insoddisfatte, anzi. Claudio e Nadia vengono da Ancona, Cinzia e Paolo da Vicenza. Un altro bagno, questa volta tutti insieme, nella pozza calda sotto la pioggia lieve che va e viene. Abbiamo cenato insieme. Quando sono quasi le 10 fuori ci sono 6 gradi ed è ancora chiaro. La coppia di australiani che divide la stanza con noi si prepara a dormire e noi facciamo altrettanto. È stata una bella giornata.

22.VIII.98 11:00
Ho lasciato Landmannalaugar alle 7 del mattino dopo un caffè veloce. La tappa di oggi prevede il raggiungimento del rifugio di Hrafntinnusker, distante circa 10 Km con un dislivello massimo di 600 metri circa. Il sentiero inizia costeggiando la lingua di lava ai piedi della quale è stato costruito il rifugio, tratti in salita si alternano a plateau più o meno morbidi. Salendo, la vista si allarga alle mie spalle sulla valle, voltarsi indietro a guardare offre un bello spettacolo. Anche perché la giornata è splendida. Non c’è una nuova in tutto il cielo. Mi viene in mente “Brace” dei CSI.

Il percorso è costellato di sorgenti calde; a volte semplici fratture nella montagna da cui esce vapore caldo dall’odore solfidrico, a volte vere e proprie bocche che buttano acqua bollente in pressione rumoreggiando come caffettiere.

Dopo una buona ora di cammino incontro Claudio e Nadia che, vista la bella giornata, si sono alzati molto presto; rientrano al rifugio dopo aver fatto un tratto del sentiero per Hrafntinnusker. Ci salutiamo e ci auguriamo un buon proseguimento.

Il sentiero comincia ad incontrare del ghiaccio. Ogni tanto occorre attraversare alcune lingue di neve. Il sentiero è indicato chiaramente anche se, in alcuni tratti, diventa decisamente aleatorio, l’essenziale è non perdere di vista la sequenza di paletti gialli e rossi che lo traccia. Dopo un’ultima sosta, in un quarto d’ora circa, giungo in vista del rifugio. I gestori, aiutati da qualche ospite islandese, stanno facendo pulizia e lavori di manutenzione della casetta. Ho camminato 3 ore e mezza, per oggi basta. Dopotutto, sono in ferie…

Sto seduto su una panca in pieno sole, alla mia destra qualche macchia di ghiaccio e due sorgenti calde che sbuffano rumorose, di fronte a me un vasto altopiano di ghiaia nera costellata da innumerevoli schegge di ossidiana nera e lucida. La neve copre i rilievi che contornano l’altopiano.

21.VIII.98 14:00
Effettivamente Hrafntinnusker può essere comodamente considerato una tappa intermedia. Volendo, ci si arriva in mattinata, si pranza e si riparte per la tappa successiva. Considerato che in questo periodo la luce del giorno cala solo dopo le 10 di sera c’è tutto il tempo per farlo. Il bel tempo sembra tenere davvero. A causa delle vesciche che mi si sono formate sui piedi (uffa !) non mi arrischio a girare troppo nei dintorni, salvo una puntata fatta prima di pranzo alle sorgenti calde qui vicino.

21.VIII.98 15:00
Stufo di starmene in branda, ho incerottato i talloni e sono salito sul Söðull (mezz’ora di cammino dal rifugio); da lassù la vista è a 360°. Ho qualche problema con la macchina fotografica, piuttosto che rischiare di perdere le 16 fotografie scattate finora, riavvolgo il rullino.

Un gruppo di 35 italiani dall’accento romano ha appena lasciato il rifugio. Ho l’impressione che sarò l’unico straniero a pernottare qui.

21.VIII.98 18:00
No, non sono l’unico straniero. È arrivato un gruppo di tedeschi, è arrivata una coppia di francesi. Sono però l’unico straniero nel mio stanzone, in cui si è insediato un gruppo di islandesi. Uno di loro non appena mi vede mi dice (in inglese) “Non credo che tu possa stare qui, noi siamo un gruppo”. Gli rispondo con uno sguardo perplesso e vado a dire al gestore che mi posso anche spostare, se serve. “Non serve. Hai lo stesso loro diritto di star lì. Non preoccuparti”. E ci resto. Alcuni di loro, un po’ meno cafoni, attaccano bottone e si chiacchiera un po’.

Esco a sedermi ancora sulla panca, ora il sole sta per essere nascosto dalla collina alla mia destra.

21.VIII.98 19:00
Cambio stanza. Vado di sopra, con gli altri stranieri.

L’invito “for your comfort” mi è stato rivolto dall’altro gestore (non quello con cui ho parlato prima). Capisco che un gruppo di 17 persone possa sentirsi a disagio con uno straniero in stanza (a me non me ne fregherebbe proprio, anzi, forse risulterei importuno per la mia eccessiva curiosità). La giornata si chiude con questa nota amarognola.

23.VIII.98 10:50
Ho dormito molto bene ed ho lasciato il rifugio alle 7 meno un quarto. Il sentiero verso il lago di Álftavatn parte attraversando in direzione sud l’altopiano di fronte al rifugio in un continuo saliscendi dovuto al dover attraversare le piccole vallette scavate dal ghiaccio e dai ruscelletti provocati dal disgelo. Attraversato l’altopiano si torna a salire e si raggiunge una cresta dietro la quale appare la valle del lago di Álftavatn in tutta la sua verde ampiezza. A quel punto si scende abbastanza bruscamente e si raggiunge il fondovalle, piano ed erboso.

Arrivo al rifugio dopo 3 ore e mezza ed il paesaggio credo sia il più alpino tra quelli visti finora. Trovo nel rifugio due ragazze americane, il custode sta dormendo, chiacchieriamo un po’ e mi faccio un caffè che vale da colazione e da aperitivo.

Nota a margine tutt’altro che marginale: anche oggi tempo splendido.

23.VIII.98 15:00
Örn (“Aquila”), il custode, è una persona gentilissima. Mi offre un ennesimo caffè e facciamo due chiacchiere, mi racconta del posto e spiega il significato dei toponimi del luogo (la “grande montagna verde”, la “cosa cresciuta male”, il “passo dei cinque vörður”…), infine mi dà qualche salviettina disinfettante per le mie vesciche, ormai belle scoperte.

Vengo raggiunto dalla comitiva di tedeschi che ieri erano con me a Hrafntinnusker, Örn mi presenta a loro come “one Italian hero”.

Ho fatto il periplo del lago e poi una doccia, le migliori 200 corone spese finora. Il tempo continua a reggere, ma si prevede un peggioramento per domani sera.

Örn mi chiede anche quale informazione abbiamo noi in Italia sul suo paese, perché ha notato che molti italiani arrivano male attrezzati, senza abiti pesanti ed equipaggiamento adatto.

Sono arrivati anche Pete, ricercatore di Boston, e gli islandesi che ieri erano a Hrafntinnusker. Forse è un caso, forse no, gli islandesi stanno in una delle due casette, gli stranieri nell’altra.

24.VIII.98 12:00
Ieri sera Philip, giornalista svizzero che sta facendo il mio stesso percorso ma in senso inverso, mi raccontava che quando non si è presentato al rifugio stabilito (perché aveva deciso di fare una tappa intermedia) il rifugista che lo attendeva ha allertato gli altri rifugi ed ha mandato qualcuno a cercarlo. Questo mi rassicura, se una qualsiasi delle mie tappe salta, qualcuno lo sa.

Ho lasciato Álftavatn alle 7 e un quarto, la tappa di oggi è durata 4 ore e mezza. Ho fatto anche il primo guado serio, con l’acqua fino alle ginocchia e le ciabatte ai piedi. Mi ha fatto un po’ fifa, l’acqua era rapida e mantenuta torbida dal movimento ed inoltre se fossi caduto non avrei avuto altra roba pesante ed asciutta da mettermi.

Poi è iniziato il deserto.

Ancora una volta sembrava di osservare le fotografie di Mars Pathfinder virate al nero.

Il rifugio di Botnar í Emstrum, dove sono ora, ha una vista eccezionale. Di fronte a me una lingua di ghiaccio del Myrdalsjökull ed in mezzo un profondo canyon verde che domani, a quanto ho capito, dovrei costeggiare.

Per oggi non mi muovo più, al solito devo far asciugare i talloni sperando che basti.

24.VIII.98 14:00
Non ho fame, mi sono fatto solo un caffè caldo. Potrei quasi passare per uno di quei figuri da pubblicità con la tazza di caffè solubile fumante in mano dopo aver attraversato la giungla…

Ho chiacchierato un po’ con Géraldine, una ragazza di Strasburgo; lei ed il suo ragazzo stanno facendo la mia stessa strada. Hanno dormito al rifugio di Hvangill, un paio di chilometri dopo Álftavatn.

Accanto al rifugio, a sinistra, la vita riesce comunque ad aver ragione anche di un substrato avaro come la sabbia vulcanica nera: un rivolo d’acqua premette la crescita di muschio, erba e piantine che un gruppo di pecore sta brucando.

Il tempo comincia a peggiorare, un nuvolone scuro ci sta passando sopra. Il custode di Botnar è un ragazzo simpatico, mi ha invitato ad usare la cassetta del pronto soccorso (“fyrsta hjälp”) per i miei talloni, li ho medicati con della garza alluminata. I custodi sono quasi sempre studenti impegnati in questo lavoro estivo che, come altri lavori estivi, rientra nel programma scolastico.

24.VIII.98 16:30
Ormai la compagnia di viaggio è quasi completamente ricomposta, ci siamo quasi tutti, manca solo Pete. Una domanda: come hanno fatto quelle pecore ad arrivare fin qua ?

24.VIII.98 18:00
È arrivato anche Pete, la compagnia è al completo. Ho cenato presto, così il tavolo resta libero per il gruppo della Viking Reisen. Il tempo è girato al peggio, cielo coperto.

Ci sono anche due ragazzi olandesi, Anno e René. Anno ci ritrae tutti sul guestbook del rifugio.

25.VIII.98 14:30
Arrivo a Þórsmörk. Ho fatto la strada insieme a Pete, ci siamo lasciati al bivio per
Husadálur, lui rientra subito a Reykjavík per tornare a Boston domani. È stato di ottima compagnia. La tappa di oggi è stata la più lunga, circa sei ore, compreso il guado del Þróngá (ancora una volta con l’acqua fino alle ginocchia). Pete ha detto che a volte il sentiero gli fa l’effetto di trovarsi in mezzo a enormi mucchi di scarti di miniera, come se una flotta di enormi camion abbia scaricato cumuli di pietrisco chissà quanto tempo fa. A mano a mano che scendiamo i fiumi si fanno più grossi, raccogliendo tutti i rivoli ed i torrenti che scendono dalle lingue dei ghiacciai alle nostre spalle.

L’arrivo a Þórsmörk ha invece qualcosa di sbalorditivo. Di colpo il paesaggio cambia e compaiono un boschetto di betulle nane e contorte come ulivi, erba, fiori e farfalle. “Mancano solo le mucche”.

Ho fatto una doccia ed ho chiesto alla rifugista di Þórsmörk di cancellare la mia prenotazione a Fimmvörðuhals, non mi fido né dei miei talloni né del tempo, che comincia a seminare anche un po’ di pioggia. Domani rientro in città.