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be careful what you wish for

14 settembre 2009 (16:29) | wikiverso | :: G. :: | 7 commenti

Ogni volta che leggo sulle varie mailing list wiki[p|m]ediane in giro per il mondo di contatti, collaborazioni, persino finanziamenti pubblici ai vari chapter nazionali di Wikimedia sparsi sul pianeta vorrei tanto che le istituzioni nazionali si interessassero di più a Wiki[p|m]edia.

Poi faccio mente locale sulle raccomandate di legali di parlamentari, europarlamentari, ministri, sindaci, personaggi assortiti che mi sono state recapitate durante il mio mandato da presidente e giungo alla conclusione che di attenzione ce ne dedicano più che a sufficienza. Senza ovviamente capire nulla né del mezzo, né di come funziona, né di come andrebbe usato.

Il culmine del parossismo è la causa per 20 milioni di euro di cui ci racconta Frieda, intentata nonostante – come scrive ToobyWikimedia Italia non c’entra niente con Wikipedia, si limita a promuovere il marchio e basta: è come se un giorno comprassi della Nutella avariata e invece di fare causa alla Ferrero facessi causa a Mediaset che ne ha trasmesso la pubblicità.

L’unico che pareva averci capito qualcosa è stato Fiorello Cortiana. Peccato che non sieda più parlamento.

Aggiornamento – un sacco di pareri:

Paul the Wine Guy qui, Ignis qui, Giacomo Dotta su Webnews, Leoman3000 qui e .mau..

Giacomo Dotta approfondisce ricollegandosi all’Internet Manifesto.

Si aggiungono anche Kiado, Punto Informatico, Tom’s Hardware, EdoM, Aubrey.

In diversi hanno ri-tumblrato PTWG, tra di loro The Hanged Man, Emmanuel Negro.

Alcuni stanno scrivendo ad Angelucci tramite il sito della Camera.

Ne parlano inoltre Mantellini, Civile.it, OneWeb2.0 Armando Leotta, Alessandro GilioliStefano Quintarelli, 0.2, Tiziano Caviglia, Nicola Mattina, Stefano Scardovi, Nick, SbisoloGiornalettismo, Aviatore sopra il mare, Zeus NewsVittorio Zambardino, Gigi CogoGiorgio Marandola, DracoSnowdog e LaPizia. E senz’altro ancora qualcuno che mi sono perso per strada (apologies).

Gianfranco interviene su en.wiki (anche nella talk di Jimbo).

leo, ti hanno plagiato?

18 dicembre 2008 (18:21) | notizie, tecnologie | :: G. :: | 2 commenti

Gira per radio in questi giorni la pubblicità di un servizio telefonico che mette a disposizione di chi si dovesse avventurare per le perigliose contrade d’Italia una centrale d’ascolto-aiuto-pronto intervento.
Una sorta di equivalente privato del 113 o del 112.
Dopo aver “pasturato” seminando paure ad hoc, ecco pronta una platea di cittadini bisognosi di protezione e ben disposti a pagarla per averla.
Purtroppo non m’è rimasto in mente il nome del servizio, altrimenti penso che avrei potuto linkarne il sito web – ce l’avranno di sicuro…
aggiornamento – è passata la pubblicità – il servizio si chiama (guarda un po’) “Salvo”.

La cosa buffa è che mi ha fatto immediatamente venire in mente il lungometraggio “Rat-Man e il segreto del Supereroe”, produzione Rai Fiction-Stranemani 2006.

Guardatevi un po’ questo frammento del film, a partire da 1’10” (subito dopo i titoli di testa) fino a 1’49”.
Secondo me Ortolani e gli altri sceneggiatori dovrebbero farsi pagare l’idea.

knol – una rapida occhiata da wikipediano

5 agosto 2008 (11:52) | notizie, wikiverso | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Mi rifaccio alle informazioni presenti alla pagina http://knol.google.com/k/knol/knol/Help# e http://knol.google.com/k/knol-help/-/si57lahl1w25/13#.

Di primo acchito, ciò che noto come fondamentale differenza rispetto a Wikipedia è la “proprietà” delle voci: Knol vuole privilegiare l’autorevolezza delle fonti, quindi ogni voce di enciclopedia è firmata e “posseduta” da un proprietario, un po’ come i messaggi di un blog che hanno un autore principale, un padre-pardone, che decide se e quali commenti siano ammissibili.

In maniera analoga a quanto avviene con un blog, le voci di Knol sono firmate dall’autore originale, che può decidere con quale licenza pubblicarle (le licenze libere CC-BY-3.0 sono incoraggiate, ma non obbligatorie – è permesso riservarsi tutti i diritti) e se permettere ad altri di modificare il contenuto, con o senza moderazione. L’autore può scegliere di non permettere modifiche tout court, di permettere modifiche da lui moderate a priori o di permettere modifiche libere “alla wiki”. L’autore può anche nominare dei co-autori sulla voce, che avranno i suoi stessi privilegi.

I dati dell’account sono gli stessi del proprio account Google, per il quale nessuna verifica della reale identità dello scrivente viene eseguita.

Altra differenza sostanziale è la gestione dei punti di vista in conflitto. Knol non si pone il problema, semplicemente invita i portatori di diversi punti di vista a scrivere una propria versione della voce sull’argomento

…No problem, you can still write your own article. In fact, the Knol project is a forum for encouraging individual voices and perspectives on topics. As mentioned, no one else can edit your knol (unless you permit it) or mandate how you write about a topic. If you do a search on a topic, you may very well see more than one knol in the search results. Of course, people are free to disagree with you, to write their own knols, to post comments and ratings.

Non c’è problema, puoi sempre scrivere la tua voce. Infatti il progetto Knol è un forum che incoraggia le voci individuali e i punti di vista nelle voci. Come prima scritto, nessuno può modificare il tuo pezzo (a meno che tu non lo consenta) o darti indicazioni su come devi sviluppare un argomento. Quando eseguirai una ricerca su un argomento potrai trovare molto probabilmente più di una voce tra i risultati. Naturalmente le persone sono libere di non essere d’accordo con te, di scrivere le loro versioni, commentare e dare voti.

Questo significa che su argomenti controversi Knol raccoglierà una collezione di voci, ciascuna portatrice di un punto di vista specifico (ideologico, aziendale, politico…) che la maggioranza dei lettori andrà a promuovere o bocciare attraverso il rating. Sulla base dell’esperienza wikipediana mi aspetto di vedere quindi fiorire fazioni opposte (evoluzionisti/creazionisti – capitalisti/socialisti – etc…) che daranno vita a insiemi di voci separati, non essendo costretti a convivere in un’unica tribolata voce, come avviene su Wikipedia.

Pubblicità: per ora su Knol non se ne vede, ma Google non vive di donazioni. Senz’altro prima o poi compariranno degli AdSense correlati al tema dell’articolo visualizzato. Knol inoltre permette – seppur con limitazioni – un utilizzo commerciale del proprio spazio. L’azienda X, esperta di Y, può pubblicare esplicitamente un pezzo su Y in cui presenta il proprio punto di vista ed i mirabolanti vantaggi di X nel settore.

Altre lingue: per ora non ci sono, ma promettono che provvederanno presto.

gasp!

30 marzo 2008 (22:17) | notizie, wikiverso | :: G. :: | 2 commenti

Wikimedia Foundation riceve dalla Fondazione Sloan una donazione di 3 milioni di dollari distribuiti su tre anni [1] a cui si aggiunge quest’anno un altro mezzo milione donato da Vinod e Neeru Khosla.

Da soli non basterebbero comunque per mandare avanti tutta la baracca, ma dovrebbero riuscire ad allontanare per un po’ lo spettro del paventato sbarco della pubblicità su Wikipedia e sugli altri progetti.

So che ricorrere ad inserzionisti paganti sarebbe una scelta sofferta, ma continuo a pensare che sia più saggio ricalibrare gli obiettivi e le ambizioni della Foundation sulle minori risorse disponibili, invece di cercare le risorse mancanti in quel modo.
Se la pubblicità è mai stata un’opzione possibile, allora era una scelta logica sfruttarla sin dall’inizio.

Ciò che più mi rattristerebbe sarebbe vedere il fallimento del modello di “economia del dono” che Wikipedia sta incarnando, rappresentando un’eccezione disturbante.

quasi un salto su una linea temporale alternativa

6 novembre 2007 (19:19) | wikiverso | :: G. :: | 2 commenti

Il mondo della pubblicità mi ha sempre incuriosito; la vita m’ha portato ad occuparmi di tutt’altro, ma un po’ di fascinazione continuo a subirla. E così la giornata di ieri a Roma è stata una specie di incursione in una linea temporale parallela: se avessi fatto scelte differenti, mi piace pensare che sarei potuto benissimo rientrare in quella categoria di “servi della gleba della modernità”, etichetta di cui gli operatori di pubblicità e comunicazione sono stati omaggiati – non senza qualche fondamento di verità, anche se secondo me la “gleba” continua ad essere altra – durante i lavori del Forum della Comunicazione Responsabile, a cui siamo stati invitati come Wikimedia Italia per ritirare il premio Aretê 2007 per la sezione “internet”.

“Comunicazione responsabile? Si vede che non hanno mai letto il nostro bar!” (Snowdog)

Come mi sono ritrovato a dire durante i due minuti successivi alla consegna del premio, credo che nel nostro caso la responsabilità non stia tanto nei contenuti (che cerchiamo di creare e mantenere neutrali per quanto possibile) ma nel mezzo stesso: Wikipedia e gli altri progetti rappresentano un esempio di comunicazione il cui valore è proporzionale alla consapevolezza e alla responsabilità di chi contribuisce al loro sviluppo.
Wikipedia chiede un approccio responsabile al lettore, che deve prenderne i contenuti offerti senza lasciar assopire il proprio senso critico e chiede un approccio responsabile all’autore/revisore/correttore, che è invitato ad anteporre il bene dell’intero progetto alla propria (peraltro legittima) visione del mondo.

Qualche annotazione sparsa:

Dobbiamo cominciare a produrre anche i nostri materiali informativi con carta riciclata, canapa o altro materiale che (si presume) non comporti l’abbattimento di alberi. Non è una pruderie ecologista, ma solo un gesto minimo, considerato lo scopo e la vita media dei nostri stampati. E magari ci mette più a nostro agio in manifestazioni come “Fa’ la cosa giusta!”, a cui partecipiamo.

L’intervento in mattinata del prof. Morcellini è valso il viaggio. Venire a sapere (fonte ISTAT) che la TV – per quanto ancora mastodontica – sta cedendo qualche passo a musei, cinema e teatri ha l’effetto di una boccata d’aria fresca. E la disgregazione dei media generalisti sembra essere un fenomeno già in atto e ancora solo all’inizio.

L’impresa può essere parte della soluzione al problema della sostenibilità quando a parole ancora crede all’ossimoro della “crescita sostenibile”?
L’impresa non ha lungimiranza, punta al suo profitto nel più breve termine possibile, e anche la comunicazione responsabile e sociale (spesso confusa con singoli atti di filantropia) rischia solo di essere una foglia di fico (da coltivazione biologica).
L’impresa risponde al riscaldamento globale producendo e vendendo più condizionatori d’aria.
Il problema dell’impresa è come gettare il gatto morto nel cortile del vicino, non nel garantire al gatto lunga vita e dargli adeguata sepoltura.

Serberò il ricordo del buffet in piazza Colonna, per il cibo e per lo stabile in cui l’abbiamo consumato. Perdonate l’ingenuità, sono un (ex) ragazzo di provincia figlio di operai, poco avvezzo a certi ambienti.
Offerto da Autogrill SpA, ma non erano le rustichelle che trovi in autostrada.

Inutile chiedere a Frieda fotografie del sottoscritto in giacca, cravatta e spilline. Se ne riparla alla prossima eclisse totale di Sole (su Mercurio).
M’hanno beccato… [1]

produci, consuma, crepa (reprise)

27 ottobre 2007 (22:10) | varie ed eventuali | :: G. :: | 3 commenti

Sugli autobus urbani campeggia la solita pubblicità delle merendine, con i bambini sorridenti – ma qualcosa di insolito c’è: i bambini hanno la pelle nera o gli occhi a mandorla e la scritta che reclamizza il prodotto è ripetuta in cinque lingue e tre alfabeti diversi.

Il mercato è veloce e già sa che i bambini sono la leva per far breccia nelle abitudini di consumo delle famiglie, a prescindere dal loro luogo d’origine.

Ecco dunque il messaggio del mercato: caro migrante, sei qui per lavorare, produrre e tacere. Nell’ipotesi che ti sia regolarizzato a sufficienza per portare qui moglie e figli, cerca di dar loro la possibilità di consumare livelli adeguati di beni non essenziali: il tuo grado di integrazione e il tuo posto di lavoro dipendono da questo.

e poi la scienza è il male…

13 settembre 2007 (11:21) | parole altrui, varie ed eventuali | :: G. :: | 2 commenti

Succede ieri sera: cammino tra gli scaffali di una libreria di una nota catena nazionale e nel reparto dedicato a salute e diete trovo una serie di libri dedicati al cosiddetto metodo “zona”. La copertina di un volume ne elenca i benefici effetti.

E mi cade l’occhio su questa assoluta castroneria.

Capisco che la pubblicità sia l’anima del commercio e che sia un’anima da tempo venduta ai demoni di questo mondo per farci serenamente vivere nel peccato, ma qui si è abusato platealmente della “licenza di uccidere” la verità.

Il codice genetico è qualcosa di ben preciso, che accomuna tutte le forme di vita di questo pianeta e non può (per fortuna di tutti) essere alterato dall’alimentazione. E nemmeno può essere alterato dall’alimentazione il genoma di una persona, a meno che questa persona non ingerisca sostanze teratogene. Immagino che il metodo proposto non consigli l’ingestione di tali sostanze, dato che la “riprogrammazione del codice genetico” che ne conseguirebbe andrebbe ad inficiare tutti gli altri sbandierati risultati in termini di salute, benessere ed efficienza psicofisica.

Ancora una volta si usano a sproposito parole di scienza. E poi ci stupiamo se qualcuno chiede quanto sia serio il rischio di venire infettati dai virus del proprio computer.

low-cost

3 settembre 2007 (21:15) | varie ed eventuali | :: G. :: | Lascia un tuo commento

I voli low-cost sono una bella trovata. È vero che per essere tali sono spogliati di ogni orpello, ma su una tratta breve come la Bergamo-Roma rinuncio tranquillamente alla merenda. Spero solo che la convenienza per il consumatore finale non venga fatta a scapito di chi lavora e – soprattutto – della manutenzione e della sicurezza.
Su quest’ultima, escludendo gli imprescrutabili agguati della sfiga, sono abbastanza tranquillo: nessuna compagnia aerea può permettersi la pubblicità negativa di un incidente, nemmeno piccolo. Aver inoltre visitato la sala di controllo dell’ENAV (ancora grazie, W.) mi ha rassicurato ulteriormente.

Le compagnie low-cost traggono linfa e profitto dall’iniezione nelle cabine dei loro aeromobili di dosi massicce e invasive di pubblicità: sui poggiatesta, sulle ante delle cappelliere, tra poco (mi dicono) persino sui entrambi i lati dei tavolinetti, in modo che tu passeggero la veda comunque, sia che il tavolinetto sia aperto oppure chiuso.
Fastidiosa? Sopportabile? Per un volo breve, posso anche cercare di escluderla dal mio livello conscio e lasciarla agire a livello subliminale.

Tornando, se ben ricordo, da Parigi qualche inverno fa su un volo low-cost sono incappato nella pubblicità di uno studio fotografico che prometteva tariffe eccezionali per le sue stampe via internet.
“Porta a casa i momenti migliori della tua vacanza!” era lo slogan. L’involontario umorismo di tutto ciò, è che questo slogan campeggiava stampato a colori vivaci sui sacchetti per il vomito.

un blog a caso

25 agosto 2007 (11:11) | varie ed eventuali | :: G. :: | Lascia un tuo commento

Piccola personale incursione esplorativa nella cosiddetta blogosfera.
Ho aperto dieci blog a caso, cliccando sul pulsante “blog successivo” che sta qui sopra.
I blog che si sono aperti sono classificabili grossolanamente secondo queste categorie:

2 blogpuppet generati in maniera automatica o semiautomatica, creati per poterci mettere mezza videata di pubblicità per dating/porno/pay-per-jerkoff.com.

1 blogpuppet generato in maniera automatica o semiautomatica contenente links attinenti ad un tema, creato per poterci mettere i corrispondenti annunci pubblicitari.

2 blogpuppet generati in maniera automatica o semiautomatica che contengono una sequenza di post ripetuta ciclicamente n volte. Lo scopo sembra essere propagandare un metodo/una scuola/un sistema che tratta l’argomento.

3 blog consistenti in segnalazioni quotidiane di video pubblicati su youtube, corredati da annunci pubblicitari a tema. Generati in maniera automatica o semiautomatica? Per due di quei tre direi di sì, ospitano esattamente il medesimo contenuto. Il terzo sembra essere mantenuto da un “carneo” e ospita anche numerosi commenti.

2 blog gestiti da qualcuno che sembra superare il test di Turing.

Quindi circa un contenuto potenzialmente interessante stimabile tra il 20% e il 30%.

Wikipedia se la cava meglio, “una voce a caso” restituisce quasi il 90% delle volte qualcosa che non è un comune della Francia. E anche i comuni della Francia rischiano di essere potenzialmente interessanti.

Landmannalaugar – Þórsmörk

20 agosto 1998 (00:01) | luoghi | :: G. :: | 2 commenti


20.VIII.98 14:00
Sono partito in orario, alle cinque e mezza, e fino alla costa normanna si è potuto sbirciare tra le nuvole, poi un tappeto unico di nubi bianche ha nascosto il mare sotto di noi finché da esso non sono sbucati i ghiacciai del sud dell’Islanda. Cominciamo a scendere, cielo terra e mare fanno a gara a chi cambia colore più in fretta, verde, grigio, bianco, blu, nero, ruggine. Il pilota sbaglia l’approccio alla pista invasa dalla nebbia e si risale per poi tentare nuovamente e riuscire ad atterrare.

L’autobus, praticamente vuoto, mi porta fino a Reykiavík lungo una strada che attraversa campi di lava nera spruzzata di licheni ed erba. Pioggia leggera in cielo, neanche un albero a terra. E questa è la cosa che più mi sorprende.

Trovo il terminal degli autobus interni, trovo l’ostello, trovo l’ufficio della Ferðafélag Íslands ed il supermercato per fare la spesa. Gli islandesi sono di una cortesia estrema. Ho già perso il biglietto giornaliero dell’autobus.

Ora sono rientrato in ostello, ho fatto fin troppo presto. Aspetto che aprano le camere, così sistemo lo zaino. Domani mattina parto per Landmannalaugar.

Ho iniziato a tenere il conto delle spese, ma poi ho deciso di lasciar perdere. Starò attento a non esagerare. Non posso farmi venire mal di stomaco ogni volta che tiro fuori la carta di credito.

21.VIII.98 14:15
Mi sono svegliato poco prima delle sette, come da programma. Vado in bagno e mi accorgo troppo tardi che avrei dovuto portare con me la chiave della stanza per potervi rientrare. Scendo a chiedere una nuova chiave alla reception, ma la reception apre alle 8, mica dovrò starmene in mutande nell’atrio dell’ostello per un’ora ? Per fortuna qualcuno rumoreggia in cucina, busso, spiego quanto è successo ed ottengo la chiave ed un sorriso divertito.

Alla fermata dell’autobus un ragazzo tirato a lucido (giacca e cravatta, quantomeno strano di fronte ad un ostello pieno di gente con zaini, scarponi e tute da ginnastica) attacca discorso mentre aspettiamo. È spagnolo, di Madrid, è a Reykjavík per lavoro, va ad una conferenza di biochimici per presentare un lavoro sui prioni (“crazy cow, tu sabes“).

Parto per Landmannalaugar accompagnato dalla stessa pioggia leggera di ieri. Uscendo dalla capitale, saliamo su un altopiano e poi scendiamo a Selfoss, quindi Hella, quindi il deserto marziano. Il pullman si muove su una pista che attraversa spianate di sabbia nera tempestata di qualcosa di verde che da lontano sembra erba e da vicino si rivela essere muschio e lichene. Costeggiamo colate laviche e attraversiamo torrenti, dopo un paio d’ore, superato il lago di Frostastaðavatn, in mezzo ad una enorme spianata che sembra essere il letto di un fiume dal corso e dalla portata apparentemente molto variabili, appare il rifugio di Landmannalaugar, circondato da montagne di pietre rosse, gialle, ruggine e perfino verde-blu.
Landmannalaugar

Il cielo è coperto, non piove, con un maglione addosso non si sta male.

Sistemo la mia roba sulla branda. Di sotto una signora italiana sta sottolineando tutto ciò che non le piace (“la prossima volta stai a casa tua”, penso). Vado a fare il bagno nella pozza della sorgente calda vicino al rifugio. Ci si sta troppo bene dentro. L’acqua è letteralmente scaldata dal fondo della pozza, se tocchi il fondo e lo scuoti con la mano, più scendi più senti caldo, al punto che devi smetterla se non vuoi scottarti.

Conosco Manni, un islandese che parla italiano e sta facendo da guida proprio al gruppo di italiani a cui appartiene la signora di prima. Un eroe, insomma. Venendo a sapere che sono diretto a Þórsmörk e quindi a Skogar, mi dà qualche dritta sul percorso e, dal momento che loro stanno rientrando in città, mi riempie lo zaino di roba da mangiare, frutta compresa. Un vero Babbo Natale.

21.VIII.98 17:00
Sono appena rientrato da un breve giro nei dintorni che mi ha portato in mezzo all’immenso letto del fiume ed poi sulla cresta della Bláhnukur, una collina di friabilissima roccia color verde turchese. Per la prima volta il tempo è cambiato in peggio, dopo una fugace schiarita una nube bassa bagna tutta la zona di una pioggia lieve. Nonostante questo (o, forse, proprio per questo) qualcuno continua a starsene a mollo nella pozza calda.

21.VIII.98 18:00
Compagni di stanza italiani salvano la reputazione nazionale. Non siamo tutti antipatiche signore insoddisfatte, anzi. Claudio e Nadia vengono da Ancona, Cinzia e Paolo da Vicenza. Un altro bagno, questa volta tutti insieme, nella pozza calda sotto la pioggia lieve che va e viene. Abbiamo cenato insieme. Quando sono quasi le 10 fuori ci sono 6 gradi ed è ancora chiaro. La coppia di australiani che divide la stanza con noi si prepara a dormire e noi facciamo altrettanto. È stata una bella giornata.

22.VIII.98 11:00
Ho lasciato Landmannalaugar alle 7 del mattino dopo un caffè veloce. La tappa di oggi prevede il raggiungimento del rifugio di Hrafntinnusker, distante circa 10 Km con un dislivello massimo di 600 metri circa. Il sentiero inizia costeggiando la lingua di lava ai piedi della quale è stato costruito il rifugio, tratti in salita si alternano a plateau più o meno morbidi. Salendo, la vista si allarga alle mie spalle sulla valle, voltarsi indietro a guardare offre un bello spettacolo. Anche perché la giornata è splendida. Non c’è una nuova in tutto il cielo. Mi viene in mente “Brace” dei CSI.

Il percorso è costellato di sorgenti calde; a volte semplici fratture nella montagna da cui esce vapore caldo dall’odore solfidrico, a volte vere e proprie bocche che buttano acqua bollente in pressione rumoreggiando come caffettiere.

Dopo una buona ora di cammino incontro Claudio e Nadia che, vista la bella giornata, si sono alzati molto presto; rientrano al rifugio dopo aver fatto un tratto del sentiero per Hrafntinnusker. Ci salutiamo e ci auguriamo un buon proseguimento.

Il sentiero comincia ad incontrare del ghiaccio. Ogni tanto occorre attraversare alcune lingue di neve. Il sentiero è indicato chiaramente anche se, in alcuni tratti, diventa decisamente aleatorio, l’essenziale è non perdere di vista la sequenza di paletti gialli e rossi che lo traccia. Dopo un’ultima sosta, in un quarto d’ora circa, giungo in vista del rifugio. I gestori, aiutati da qualche ospite islandese, stanno facendo pulizia e lavori di manutenzione della casetta. Ho camminato 3 ore e mezza, per oggi basta. Dopotutto, sono in ferie…

Sto seduto su una panca in pieno sole, alla mia destra qualche macchia di ghiaccio e due sorgenti calde che sbuffano rumorose, di fronte a me un vasto altopiano di ghiaia nera costellata da innumerevoli schegge di ossidiana nera e lucida. La neve copre i rilievi che contornano l’altopiano.

21.VIII.98 14:00
Effettivamente Hrafntinnusker può essere comodamente considerato una tappa intermedia. Volendo, ci si arriva in mattinata, si pranza e si riparte per la tappa successiva. Considerato che in questo periodo la luce del giorno cala solo dopo le 10 di sera c’è tutto il tempo per farlo. Il bel tempo sembra tenere davvero. A causa delle vesciche che mi si sono formate sui piedi (uffa !) non mi arrischio a girare troppo nei dintorni, salvo una puntata fatta prima di pranzo alle sorgenti calde qui vicino.

21.VIII.98 15:00
Stufo di starmene in branda, ho incerottato i talloni e sono salito sul Söðull (mezz’ora di cammino dal rifugio); da lassù la vista è a 360°. Ho qualche problema con la macchina fotografica, piuttosto che rischiare di perdere le 16 fotografie scattate finora, riavvolgo il rullino.

Un gruppo di 35 italiani dall’accento romano ha appena lasciato il rifugio. Ho l’impressione che sarò l’unico straniero a pernottare qui.

21.VIII.98 18:00
No, non sono l’unico straniero. È arrivato un gruppo di tedeschi, è arrivata una coppia di francesi. Sono però l’unico straniero nel mio stanzone, in cui si è insediato un gruppo di islandesi. Uno di loro non appena mi vede mi dice (in inglese) “Non credo che tu possa stare qui, noi siamo un gruppo”. Gli rispondo con uno sguardo perplesso e vado a dire al gestore che mi posso anche spostare, se serve. “Non serve. Hai lo stesso loro diritto di star lì. Non preoccuparti”. E ci resto. Alcuni di loro, un po’ meno cafoni, attaccano bottone e si chiacchiera un po’.

Esco a sedermi ancora sulla panca, ora il sole sta per essere nascosto dalla collina alla mia destra.

21.VIII.98 19:00
Cambio stanza. Vado di sopra, con gli altri stranieri.

L’invito “for your comfort” mi è stato rivolto dall’altro gestore (non quello con cui ho parlato prima). Capisco che un gruppo di 17 persone possa sentirsi a disagio con uno straniero in stanza (a me non me ne fregherebbe proprio, anzi, forse risulterei importuno per la mia eccessiva curiosità). La giornata si chiude con questa nota amarognola.

23.VIII.98 10:50
Ho dormito molto bene ed ho lasciato il rifugio alle 7 meno un quarto. Il sentiero verso il lago di Álftavatn parte attraversando in direzione sud l’altopiano di fronte al rifugio in un continuo saliscendi dovuto al dover attraversare le piccole vallette scavate dal ghiaccio e dai ruscelletti provocati dal disgelo. Attraversato l’altopiano si torna a salire e si raggiunge una cresta dietro la quale appare la valle del lago di Álftavatn in tutta la sua verde ampiezza. A quel punto si scende abbastanza bruscamente e si raggiunge il fondovalle, piano ed erboso.

Arrivo al rifugio dopo 3 ore e mezza ed il paesaggio credo sia il più alpino tra quelli visti finora. Trovo nel rifugio due ragazze americane, il custode sta dormendo, chiacchieriamo un po’ e mi faccio un caffè che vale da colazione e da aperitivo.

Nota a margine tutt’altro che marginale: anche oggi tempo splendido.

23.VIII.98 15:00
Örn (“Aquila”), il custode, è una persona gentilissima. Mi offre un ennesimo caffè e facciamo due chiacchiere, mi racconta del posto e spiega il significato dei toponimi del luogo (la “grande montagna verde”, la “cosa cresciuta male”, il “passo dei cinque vörður”…), infine mi dà qualche salviettina disinfettante per le mie vesciche, ormai belle scoperte.

Vengo raggiunto dalla comitiva di tedeschi che ieri erano con me a Hrafntinnusker, Örn mi presenta a loro come “one Italian hero”.

Ho fatto il periplo del lago e poi una doccia, le migliori 200 corone spese finora. Il tempo continua a reggere, ma si prevede un peggioramento per domani sera.

Örn mi chiede anche quale informazione abbiamo noi in Italia sul suo paese, perché ha notato che molti italiani arrivano male attrezzati, senza abiti pesanti ed equipaggiamento adatto.

Sono arrivati anche Pete, ricercatore di Boston, e gli islandesi che ieri erano a Hrafntinnusker. Forse è un caso, forse no, gli islandesi stanno in una delle due casette, gli stranieri nell’altra.

24.VIII.98 12:00
Ieri sera Philip, giornalista svizzero che sta facendo il mio stesso percorso ma in senso inverso, mi raccontava che quando non si è presentato al rifugio stabilito (perché aveva deciso di fare una tappa intermedia) il rifugista che lo attendeva ha allertato gli altri rifugi ed ha mandato qualcuno a cercarlo. Questo mi rassicura, se una qualsiasi delle mie tappe salta, qualcuno lo sa.

Ho lasciato Álftavatn alle 7 e un quarto, la tappa di oggi è durata 4 ore e mezza. Ho fatto anche il primo guado serio, con l’acqua fino alle ginocchia e le ciabatte ai piedi. Mi ha fatto un po’ fifa, l’acqua era rapida e mantenuta torbida dal movimento ed inoltre se fossi caduto non avrei avuto altra roba pesante ed asciutta da mettermi.

Poi è iniziato il deserto.

Ancora una volta sembrava di osservare le fotografie di Mars Pathfinder virate al nero.

Il rifugio di Botnar í Emstrum, dove sono ora, ha una vista eccezionale. Di fronte a me una lingua di ghiaccio del Myrdalsjökull ed in mezzo un profondo canyon verde che domani, a quanto ho capito, dovrei costeggiare.

Per oggi non mi muovo più, al solito devo far asciugare i talloni sperando che basti.

24.VIII.98 14:00
Non ho fame, mi sono fatto solo un caffè caldo. Potrei quasi passare per uno di quei figuri da pubblicità con la tazza di caffè solubile fumante in mano dopo aver attraversato la giungla…

Ho chiacchierato un po’ con Géraldine, una ragazza di Strasburgo; lei ed il suo ragazzo stanno facendo la mia stessa strada. Hanno dormito al rifugio di Hvangill, un paio di chilometri dopo Álftavatn.

Accanto al rifugio, a sinistra, la vita riesce comunque ad aver ragione anche di un substrato avaro come la sabbia vulcanica nera: un rivolo d’acqua premette la crescita di muschio, erba e piantine che un gruppo di pecore sta brucando.

Il tempo comincia a peggiorare, un nuvolone scuro ci sta passando sopra. Il custode di Botnar è un ragazzo simpatico, mi ha invitato ad usare la cassetta del pronto soccorso (“fyrsta hjälp”) per i miei talloni, li ho medicati con della garza alluminata. I custodi sono quasi sempre studenti impegnati in questo lavoro estivo che, come altri lavori estivi, rientra nel programma scolastico.

24.VIII.98 16:30
Ormai la compagnia di viaggio è quasi completamente ricomposta, ci siamo quasi tutti, manca solo Pete. Una domanda: come hanno fatto quelle pecore ad arrivare fin qua ?

24.VIII.98 18:00
È arrivato anche Pete, la compagnia è al completo. Ho cenato presto, così il tavolo resta libero per il gruppo della Viking Reisen. Il tempo è girato al peggio, cielo coperto.

Ci sono anche due ragazzi olandesi, Anno e René. Anno ci ritrae tutti sul guestbook del rifugio.

25.VIII.98 14:30
Arrivo a Þórsmörk. Ho fatto la strada insieme a Pete, ci siamo lasciati al bivio per
Husadálur, lui rientra subito a Reykjavík per tornare a Boston domani. È stato di ottima compagnia. La tappa di oggi è stata la più lunga, circa sei ore, compreso il guado del Þróngá (ancora una volta con l’acqua fino alle ginocchia). Pete ha detto che a volte il sentiero gli fa l’effetto di trovarsi in mezzo a enormi mucchi di scarti di miniera, come se una flotta di enormi camion abbia scaricato cumuli di pietrisco chissà quanto tempo fa. A mano a mano che scendiamo i fiumi si fanno più grossi, raccogliendo tutti i rivoli ed i torrenti che scendono dalle lingue dei ghiacciai alle nostre spalle.

L’arrivo a Þórsmörk ha invece qualcosa di sbalorditivo. Di colpo il paesaggio cambia e compaiono un boschetto di betulle nane e contorte come ulivi, erba, fiori e farfalle. “Mancano solo le mucche”.

Ho fatto una doccia ed ho chiesto alla rifugista di Þórsmörk di cancellare la mia prenotazione a Fimmvörðuhals, non mi fido né dei miei talloni né del tempo, che comincia a seminare anche un po’ di pioggia. Domani rientro in città.