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Che dite, in cinque mesi di quotidiano avant-indré sulla A4 ci può stare un occasionale incontro ravvicinato del tipo sbagliato con un camion?
Niente di serio, la carrozzeria s’è ammaccata molto meno del mio orgoglio.
записки на манжетах ±ö± pensieri, parole, opere, omissioni discontinue
Che dite, in cinque mesi di quotidiano avant-indré sulla A4 ci può stare un occasionale incontro ravvicinato del tipo sbagliato con un camion?
Niente di serio, la carrozzeria s’è ammaccata molto meno del mio orgoglio.
Ogni volta che leggo sulle varie mailing list wiki[p|m]ediane in giro per il mondo di contatti, collaborazioni, persino finanziamenti pubblici ai vari chapter nazionali di Wikimedia sparsi sul pianeta vorrei tanto che le istituzioni nazionali si interessassero di più a Wiki[p|m]edia.
Poi faccio mente locale sulle raccomandate di legali di parlamentari, europarlamentari, ministri, sindaci, personaggi assortiti che mi sono state recapitate durante il mio mandato da presidente e giungo alla conclusione che di attenzione ce ne dedicano più che a sufficienza. Senza ovviamente capire nulla né del mezzo, né di come funziona, né di come andrebbe usato.
Il culmine del parossismo è la causa per 20 milioni di euro di cui ci racconta Frieda, intentata nonostante – come scrive Tooby – Wikimedia Italia non c’entra niente con Wikipedia, si limita a promuovere il marchio e basta: è come se un giorno comprassi della Nutella avariata e invece di fare causa alla Ferrero facessi causa a Mediaset che ne ha trasmesso la pubblicità.
L’unico che pareva averci capito qualcosa è stato Fiorello Cortiana. Peccato che non sieda più parlamento.
Aggiornamento – un sacco di pareri:
Paul the Wine Guy qui, Ignis qui, Giacomo Dotta su Webnews, Leoman3000 qui e .mau..
Giacomo Dotta approfondisce ricollegandosi all’Internet Manifesto.
Si aggiungono anche Kiado, Punto Informatico, Tom’s Hardware, EdoM, Aubrey.
In diversi hanno ri-tumblrato PTWG, tra di loro The Hanged Man, Emmanuel Negro.
Alcuni stanno scrivendo ad Angelucci tramite il sito della Camera.
Ne parlano inoltre Mantellini, Civile.it, OneWeb2.0, Armando Leotta, Alessandro Gilioli, Stefano Quintarelli, 0.2, Tiziano Caviglia, Nicola Mattina, Stefano Scardovi, Nick, Sbisolo, Giornalettismo, Aviatore sopra il mare, Zeus News, Vittorio Zambardino, Gigi Cogo, Giorgio Marandola, Draco, Snowdog e LaPizia. E senz’altro ancora qualcuno che mi sono perso per strada (apologies).
Gianfranco interviene su en.wiki (anche nella talk di Jimbo).
Più ci penso e più me ne convinco: dev’esserci un filtro sul mio server di posta in uscita che ferma tutta la posta elettronica che contiene le parole “curriculum” o “vitæ” diretta a reti italiane.
Quando mando messaggi del genere a indirizzi svizzeri ottengo sempre una cortese risposta nell’arco di tre giorni lavorativi al massimo. Invece nessuno dei destinatari italiani risponde.
Chissà, forse è la “æ” di “vitæ” che impalla tutto…
Forza. Anche questo natale è passato e potete finalmente smettere di desiderare di diventare più buoni.
Ed è vero che anche il capodanno è una convenzione, ma pare che in molti abbiamo bisogno della sensazione – ancorché effimera – di cambiare pagina, di vedere scattare tutti quegli zeri insieme sul contachilometri, di chiuderci alle spalle una porta per davvero o per finta.
E dato che, da bravi esseri umani, non riusciamo a guardare al mondo senza proiettarvi un po’ di ciò che abbiamo dentro, vi (e mi) auguro uno sguardo sul mondo nuovamente meravigliato, limpido e sereno.
Sperando che la cinica quotidianità in cui siamo immersi non ce lo rovini troppo presto.
Grazie a tutti.
A rileggerci, arrivederci.
Rientrando a casa stasera ho trovato appesa sul cancello una lettera aperta.
Una condòmina trasferitasi qui di recente si lamenta di aver trovato la carrozzeria dell’auto rigata profondamente da mano anonima.
La sua colpa pare essere stata l’aver parcheggiato l’auto in una delle poche piazzole scoperte comuni, soffiandola a qualcun altro che evidentemente vuole appropriarsene per usucapione.
Fa il paio con la lettera aperta di insulti tra condòmini che trovai appesa nei garage mesi fa rientrando a tarda notte e che -istintivamente, contravvenendo alla saggia usanza di farsi i cazzi propri- strappai dal muro, pensando che di merda all’epoca ne stava già girando abbastanza (tant’è che uno dei due litiganti finì con l’andarsene).
Trovo infine nella cassetta della posta un avviso dell’ammisitratore, che ricorda che cani e gatti devono essere tenuti al guinzaglio e che i proprietari devono farsi carico di rimuovere le loro deiezioni e assicurarsi che non disturbino gli altri condòmini.
Cari vicini, per le deiezioni sono d’accordo. Dove la gatta sporcherà, avvertitemi e sarò felice di pulire.
Per il disturbo, la cosa più semplice che dovete fare è farla scappare: a differenza di molti altri esseri umani i gatti sono animali intelligenti, imparano a stare alla larga dai guai.
Il guinzaglio ve lo potete scordare.
E temo che prima o poi a qualcuno salterà di nuovo in mente di spargere esche avvelenate come è successo cinque anni fa, quando nell’arco di pochi giorni morirono tre gatti (tra cui il mio) e un cane.
Questo post è un esercizio ispirato dall’omonimo libro di Matteo B. Bianchi (Fernandel, 2004).
Nel locale dove pranzo c’è una serie di televisori accesi e sintonizzati su una rete Mediaset che all’ora in cui mi ci trovo abitualmente manda un notiziario sportivo.
Oggi c’era un servizio di colore dedicato agli effetti collaterali di un incontro di calcio che il Milan disputerà in Giappone; il giornalista racconta quanto la quadra sia amata dal pubblico giapponese e ci racconta che finora sono stati venduti ogni giorno gadgets per quattro milioni di yen.
Non ricordando il cambio esatto dello yen mi aspetto che il giornalista completi l’informazione dicendo grossomodo a quanti euri la cifra corrisponde, e invece no, passa ad altro e il servizio si conclude poco dopo.
Eppure ricordo bene che nelle tabelle di conversione delle valute l’euro viene paragonato ad una base di cento yen, quindi vuol dire che almeno due dei sei zeri di quei quattro altisonanti milioni sono puramente cosmetici.
“Quattro milioni” è una bella cifra tonda, che con tutti i suoi zeri fa effetto e viene ricordata.
Dire che corrisponde a circa 24.000 euro [1] (cifra in ogni caso non disprezzabile a casa mia, ma probabilmente briciole per una società calcistica di serie A) avrebbe senz’altro rovinato l’effetto e dato una misura un pochino più realistica e tiepida dell’amore del pubblico nipponico verso la squadra di calcio dell’editore…
05.XI.2001 14:30
Alle 9.30 io e M. arriviamo a Brisbane, finalmente. B. è abbronzatissima e fa un bel caldone.
Brisbane sembra una bella città, pulita, oggi assolata. Gli australiani sembrano abbastanza pronti alla battuta ed adottano un certa informalità che ancora non sa di ipocrisia. Ora la lotta è contro la differenza di fuso orario, non devo dormire fino a stasera!
Istigati da B., puntiamo qualche dollaro sulla 7a corsa della Melbourne Cup. 5 dollari vincente e 5 dollari piazzato ciascuno per Give The Slip, Prophet’s Kiss e Mr. Prudent.
06.XI.2001 09:30
HO SONNO ! È vero, è mattina, ma il mio corpo giustamente pensa che sia mezzanotte…
07.XI.2001 10:00
Macchina giapponese, guida inglese, cambio automatico. 600 chilometri a guidare “strano”, dal lato sbagliato.
Siamo a Yeppoon a fare colazione, poi ci imbarcheremo per la Great Keppel Island. Il jet-lag si va aggiustando, chissà che ridere il ritorno a casa.
Lungo la strada ci siamo fermati a mangiare proprio mentre la TV mandava la 7a corsa. Da brava strega qual è, B. ha azzeccato un piazzamento: Give The Slip, dopo aver dominato la maggior parte della corsa, si lascia superare e arriva secondo. 13:1. Vinciamo 65 dollari…
07.XI.2001 17:00
Great Keppel Island. Tropico del Capricorno, o giù di lì. Onde evitare le consuete scottature da abbuffata di spiaggia, mi sto facendo un tè. Il fatto che siano le 5 poi, rende tutto ciò molto British. Infatti il tè è con il latte.
Sui tavoli svolazzano pappagallini dalla livrea verde, arancione e blu, nel prato vedo un grosso lucertolone, credo sia un varano.
C’è un bel vento teso ed è incredibile pensare che è novembre. Ho chiamato casa, è buffo pensare che là è mattina e sta iniziando il giorno che qui volge al termine.
Gran bel posto.
Davvero.
09.XI.2001 19:30
Dingo, Queensland. Siamo passati da un posto da cartolina ad uno da telefilm. Anzi, da uno scenario alla “Charlie’s Angels” ad uno alla “Hazzard”. Siamo sistemati in un tipico motel da autostrada, probabilmente, a parte l’insegna della birra, anche in America sono così.
Dopo cena girovaghiamo per il paese nell’aria calda della sera, senza una meta. Cercando una birra finiamo al campo da tennis, dove vediamo una certa animazione. Ci viene attaccato un bottone enorme e passiamo la sera chiacchierando con le persone che si trovano lì. Presto la conversazione è monopolizzata da Bob, chiaramente affascinato da B.. Tiriamo mezzanotte. Pensavo di capire un po’ di inglese, ma tra l’accento del posto e la birra, devo ammettere di fare abbastanza fatica…
Arriva la pioggia. “Money in your hands”, dice Steve, allevatore. Pare che da queste parti la stessero aspettando da molto tempo.
11.XI.2001 06:30
Il Queensland si sveglia sotto la pioggia e noi con lui. Siamo sdraiati sui tavoli da picnic coperti di un autogrill, tentando di dormire un po’ dopo aver provato invano di farlo in macchina. Abbiamo lasciato ieri sera la Blackmore Highland e guidato tutta notte. Abbiamo fatto un piccolo percorso guidato, le cascate invece le abbiamo ciccate clamorosamente sbagliando sentiero e suscitando un misto di curiosità e ilarità in una famiglia australiana con cui ci siamo incrociati al parcheggio delle auto…
11.XI.2001 07:00
Sono davanti ad un caffè caldo, ne avevo bisogno, stordito dal poco sonno. M. e B. sono ancora sul tavolo.
È difficile dare corpo alle sensazioni, considerato anche quanto in fretta questi giorni sono scappati via. È vero che 15 giorni “lordi” in Australia non sono niente.
Credo che ci tornerò.
Ieri ho compiuto 35 anni. Tempus fugit. È ora di fare qualcosa della mia vita nell’unico settore che ho trascurato per tutti questi anni nella paura di non confrontarmi con la realtà delle cose.
Questo breve viaggio agli antipodi del pianeta sta diventando un breve viaggio agli antipodi di me stesso.
12.XI.2001 10:30
Rientrati a Brisbane, abbiamo preso il greyhound fino a Byron Bay. Il posto si chiama Belongil Beach ed è una bella struttura in legno vicinissima alla spiaggia. Finalmente il sole splende.
13.XI.2001 20:30
Passata la giornata in spiaggia, ci siamo imbarcati sul bus notturno per Sydney. Ora siamo a Sydney, dopo aver fatto due passi in centro. Il tempo è instabile.
Sydney è grande, pulita, moderna. Ma forse credo che preferirei vivere a Brisbane, dovessi scegliere tra le due.
Abbiamo davanti a noi gli ultimi tre giorni e pochi programmi. Spero che il tempo regga.
14.XI.2001 14:00
Stamattina ognuno è andato per la propria strada, nel senso che non ci siamo trovati, per quanto buffo possa sembrare. Non so quanta volontarietà ci fosse in ciò, ma ho girellato tranquillo per la città. Ho visitato il museo delle galere di Hyde Park. Come in 150 anni gli australiani hanno gestito, o tentato di gestire, i problemi comuni ad ogni società umana: crimine, follia, immigrazione, giustizia. Ancora una volta “memorie e passi d’altri ch’io calpesto”.
Sono su una panchina dalle parti di King’s Cross, definito su una guida “quartiere depravato”. Una sequenza di porno booths e casinò. Se questo è l’”adult world”, come recita un’insegna, allora credo di avere ancora sei anni.
Da qualche parte, agli antipodi.
15.XI.2001 11:00
Dopo colazione. Watching the wildlife. Sydney Central. Città cosmopolita, ma dove sono gli aborigeni ?
I visi orientali qui sono la maggioranza. B. mi ha attaccato un po’ di ingiustificata diffidenza verso di loro. È vero che è solo un pregiudizio, ma dietro il nostro osservare un volto e vederlo amichevole o ostile si agitano meccaniche inconsce che chissà fin dove affondano le loro radici nel tempo e negli spazi.
Quante volte un bel sorriso, un bel paio di occhi, sa disarmarti ?
Forse Sydney è un esempio della città che verrà. Inglese come lingua franca, collante di culture che si sfiorano entrando in contatto solo nel dialetto del mondiale consumo planetario globale. Ieri pizzerie e scritte in greco, oggi insegne coreane, cinesi, thai.
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